Lusetti, l’imitatore di De Mita che dice sempre "sì" a tutti

Una volta nei giochi a quiz c’era il celebre Signor No: il notaio di ferro che non te ne faceva passare una. Adesso nel Pd spunta il Signor Sì: quello che annuisce a prescindere. Tu gli chiedi una cosa, e lui si dice d’accordo ancor prima di sapere che roba è. «Onorevole Lusetti, non è che potrebbe mica...». «Certo! Non ti preoccupare, lo farò».
Ora, facciamo a capirci: non sappiamo se nell’inchiesta napoletana Renzo Lusetti c’entra qualcosa. Ma una cosa è certa: lui non sa dire di no. A quanto pare neanche ad Alfredo Romeo, l’imprenditore al centro delle indagini. Quello gli chiedeva favori, e Lusetti? «Io non mi ricordo, dico sì sì a tutti, prometto di interessarmi a una cosa, ma poi non lo faccio mai». Ma come sarebbe? «Ma sì, ma io sono fatto così, i miei amici lo sanno: per non essere scortese, dico “non ti preoccupare, lo farò”, ma poi non faccio niente». Ma scusate, ora, nulla contro Lusetti, che probabilmente è pulitissimo: ma che vuol dire «Dico sì sì a tutti»? Cioè, un tizio ti telefona bramando un incontro con un certo «grande capo» per arrivare a contattare un magistrato del consiglio di Stato, e tu rispondi senza pensare? «È il mio carattere, lo so, sono distratto, dovrei stare più attento». Ma cose da pazzi. Come ai call center: abbiamo il deputato con risposta preregistrata. Se non fosse che ha staccato il telefono, sarebbe da chiamarlo per vedere se è vero: «Scusi onorevole, potrebbe dimettersi seduta stante?». «Non ti preoccupare lo farò». «Scusi, non è che potrebbe bucare le gomme dell’auto di Veltroni?». «Non ti preoccupare, lo farò». «Scusi, potrebbe mica farmi la spesa e imbiancarmi il salotto?». «Sì sì, non ti preoccupare, lo farò». Ma cos’è, un parlamentare o un 33 giri scassato?
La verità è che il deputato emiliano è innocente fino a prova contraria, certo: ma spiritoso con sentenza definitiva. Lui il cabaret ce l’ha nel sangue. «Dai Renzo, facce ride!»: così lo supplicava Casini chiedendogli il pezzo forte del repertorio, l’imitazione del suo idolo Ciriaco De Mita. E lui lo fa uguale spiccicato, converte il suo emiliano in avellinese con una maestria degna di Corrado Guzzanti. Con una differenza: Guzzanti, quando vuole, sa smettere. Lusetti invece no: ti fa sogghignare anche quando non è previsto. Per dire: lui l’altro giorno se ne stava ad Udine per un convegno sulla giustizia, per dire che «il nodo va sciolto una volta per tutte»: poi atterra a Fiumicino, e scopre che il nodo adesso lo deve sciogliere lui. È l’iperbole dell’ironia. Allo stesso modo, è il massimo del destino cinico e baro, promettere a tutti che «d’ora in poi centellinerò le telefonate», per uno che di mestiere faceva il manager in una ditta di telefoni (lavorava alla Ericsson).
Insomma è la prima brutta botta per Lusetti, se togliamo lo smataflone sull’occhio che una volta gli ha sferrato un leghista di nome Luigi Varin a Montecitorio: «Proprio io, che non ho mai fatto a botte neanche da ragazzo!». Al contrario, da ragazzo Renzo passa i pomeriggi a intonare canti diocesani con aria contrita: prima quando faceva il chierichetto con Ruini, e poi all’università, quando faceva l’allievo di Prodi. Dunque fin dal principio si intuiva che Renzo sapeva coltivarsi le giuste amicizie: capo dei giovani democristiani, approda in Parlamento vicino a De Mita; così vicino, come dicevamo, da riuscire a riprodurne artisticamente le movenze. Dopo il terremoto di Tangentopoli, a ripescarlo è il suo nuovo amore Rutelli, che lo nomina assessore al Personale del Comune di Roma, con uno slogan un po’ veltroniano: «Continuità nel cambiamento». È di Lusetti l’idea si stanziare sei miliardi all’anno per un «premio qualità» ai dipendenti capitolini. Ed è proprio durante il soggiorno in Campidoglio che Lusetti conosce il già citato Romeo, che ormai nella classifica dei Romei nazionali ha surclassato i Montecchi di un bel po’.
Comunque. La love-story con Rutelli è così passionale che Renzo diventa l’organizzatore della sua campagna elettorale per Palazzo Chigi del 2001: un organizzatore che si impegna ma non riesce, visto poi com'è andata a finire. Diventa comunque un pezzo grosso della Margherita, ed acquista finalmente notorietà: forse instradato al teleschermo dalla consorte Vira Carbone, bionda giornalista Rai, Lusetti moltiplica apparizioni e dichiarazioni. Su tutto: dall’educazione musicale nelle scuole, alla prevenzione della legionella, alla candidatura di Adriano Celentano a sindaco di Milano. Fino alle accuse di oggi: in procura lo accusano di aver «influenzato a favore di Romeo la linea programmatica del partito». Lui si difende a suo modo: «Non conosco giudici del Consiglio di Stato. In tanti mi chiedono roba amministrativa, e io chiudo sempre le telefonate con un “sì sì sì”, è un mio tipico modo di fare». Se questo è l’andazzo, mai come in questo caso la miglior difesa è il silenzio.