Da Luttazzi alla Antonelli 50 anni di star infangate

I mille scandali gonfiati perché il protagonista era famoso

da Milano

I luoghi di questo culto laico sono salotti catodici e domestici, pagine di giornali, dibattiti tv in prima serata. Gli officianti, magistrati e gendarmi «con i pennacchi e con le armi». I fedeli si confondono in una minacciosa entità senza volto: l’opinione pubblica. Tutti insieme a celebrare il rito boccaccesco e sanguinario del sacrificio Vip. Un sacrificio umano, s’intende, perché l’ultima lettera dell’acronimo Vip sta pur sempre per «persona». E l’opinione pubblica non ne è mai sazia: vuole la stella che ha innalzato in alto caduta più in basso possibile. Qualcosa di sicuro avrà fatto, gongolano madri e padri mentre scortano la figlia al provino del Grande fratello.
«Tra l’arresto e la condanna in primo grado di Laura Antonelli passano appena 11 giorni, per l’assoluzione invece ci vogliono 11 anni», ricorda il giornalista Antonello Sarno. Qualche giorno fa una corte ha deciso che l’attrice va risarcita con 108.000 euro per una carriera e una psiche distrutte da una vita passata alla sbarra. La sentenza ha corretto una prima offerta dello Stato: 10.000 euro. Come dire, cara signora l’abbiamo fatta a pezzi, ma ora le regaliamo una bella macchinetta, chessò una nuova 500, ma non troppo accessoriata, sennò i soldi non bastano. Del caso ne hanno parlato tutti pochi giorni fa, ma a una rovinata dalle balle è giusto non mentire almeno su questo: la sua storia ha fatto notizia più per la memoria della sua «malizia» che per la dimensione ciclopica dell’ingiustizia.
Rovistando tra ritagli di memoria pettegola casi così ce ne sono a iosa. Ma bisogna rimetterli tutti in fila, come ha fatto Sarno nel suo libro in uscita, Italian Babilonia, per rendersi conto che la distruzione della star nella Penisola dei famosi è un vero e proprio culto. Il punto non è se siano colpevoli o meno, ma l’accanimento speciale nell’accusa.
Uno storico potrebbe dire che succedeva già all’ombra del Colosseo, osannare il triumphator di turno e poi inneggiare alla sua caduta. Ma bisogna spostarsi in un’altra zona di Roma, nella Via Veneto della Dolce Vita, e in un altro tempo, il 1963, per scoprire le radici della versione moderna del gioco al massacro più amato dagli italiani.
Sarno rievoca l’omicidio di Christa Wanninger, una ragazza che frequentava il sottobosco del «bel mondo» di via Veneto «a quell’epoca già sepolto da un pezzo - disse il regista Italo Moscati - ne restavano solo i cascami, i rifiuti, gli illusi e i delusi». Christa è una di loro, una «velina» ante litteram si potrebbe dire, uccisa con sette coltellate in un palazzo a due passi dalla via dei paparazzi. La vicenda un paradigma della fame di sangue con cui l’Italia del boom economico comincia a masticare vite patinate. Basta un dettaglio: il quotidiano Il Tempo bandì un concorso tra i lettori per trovare il colpevole. Ma passando per la cocaina di Lelio Luttazzi, che era detersivo, all’evasione fiscale che costò 30 giorni di cella a Sophia Loren, si arriva dritti all’Italia di oggi. A Sabani e alla prima Vallettopoli, che finì in nulla, salvo che per il pm inquirente, Chionna, che poi s’è accasato con la ex dell’imitatore. In attesa di Mora e Corona, che già stiamo per dimenticarci.
Ma tant’è: peggio per loro e viva la giustizia, «a livella» della fama.