Il lutto allegro di Azouz: "Le bare? Me ne frego"

In tv parlava del suo dolore. Nelle telefonate intercettate dalle fiamme gialle parole sprezzanti perfino sul funerale della moglie e del figlio

Milano - Filtrano alla spicciolata, le parole intercettate sul telefonino di Azouz Marzouk. All’indomani dell’arresto del superstite della strage di Erba, del tunisino che di quel massacro doveva essere la vittima, l’imponente materiale raccolto dalla Guardia di finanza continua a tracciare impietosamente il ritratto di un uomo finito in una tragedia più grande e più seria di lui. È il ritratto di uno spacciatore di serie B o C, di quelli che scendono a comprare la roba a Milano e poi la vendono ai tossicomani di paese, imboscandola qua e là per non farsi beccare dagli sbirri. Ed è anche il ritratto di un uomo che - mentre vendeva ai talk show le sue lacrime di marito e di padre - si vendeva in privato come un guappo indifferente e quasi sprezzante verso tutto quel sangue.

L’ultima, una delle più sconcertanti, è del 19 gennaio. È passato più di un mese dal delitto, ma Raffaella e il piccolo Youssef aspettano ancora di essere sepolti. Azouz vuole che i funerali si tengano a casa sua, a Zaghouan, in Tunisia: e anche i funerali diventeranno un piccolo evento mediatico. Funerali da organizzare nei dettagli. Ma quando un’amica gli telefona per discutere dei preparativi Azouz si lascia andare a una frase sgradevole: «Cosa me ne frega della cassa. Com’è, bianca o marrone. C... me ne frega a me». E i finanzieri che hanno ascoltato quella frase dicono che, più ancora delle parole, fa effetto il tono con cui l’uomo le pronuncia. Così anche quella frase finisce nei tasselli che disegnano il puzzle della personalità non piacevole di Azouz, insieme alle altre telefonate: «Quando vedo le belle auto non capisco più niente, ma solo Audi, Bmw e Porsche... Vorrei tornare in Tunisia per sembrare un pascià». O quelle in cui mercanteggia con i media le proprie performance da vedovo inconsolabile, o il prezzo dei ricordi di Raffaella e Youssef. O ancora quelle in cui racconta così la sua vita da star della tv del dolore: «Mi hanno proposto di lavorare in cambio di sesso, sono arrivati a dirmi “quanto vuoi per una s...?”. Questi sono i mesi più belli della mia vita».

Tasselli che dicono molto sull’Azouz personaggio pubblico, ma che agli investigatori delle «fiamme gialle» interessavano poco. Più importanti, nelle centinaia di pagine dell’ordinanza di custodia, sono le tante telefonate in cui l’uomo parla esplicitamente di traffici di droga: «Sono molto arrabbiato perché i miei affari hanno subito un freno»; «noi la bianca ce l’abbiamo buona». Più importante ancora, nel convincere il giudice preliminare Luciano Storaci della esistenza di gravi indizi di colpevolezza, l’esistenza di testimonianze che chiamano in causa direttamente Azouz.

Dei 250 clienti identificati, più di uno ha infatti deciso di collaborare con i magistrati, raccontando dove e da chi veniva venduta la droga. Non tutti indicano Azouz come il responsabile dello spaccio: anche perché, ritengono gli investigatori, il fatto di ritrovarsi nel mirino dei media non agevolava i movimenti del tunisino. Ciò nonostante, almeno due deposizioni incastrano Azouz Marzouk come responsabile in prima persona dello spaccio. Fu Azouz, dicono in sostanza i testimoni, a venderci la droga.

Nei due anni in cui è stato tenuto sotto osservazione, il gruppo di cui facevano parte Azouz Marzouk e da suo fratello avrebbe venduto almeno dieci chili di droga tra cocaina, hashish ed eroina. Si trattava di un gruppo stabilmente organizzato: «Di un gruppo - si legge nell’ordinanza di custodia in carcere - di spacciatori di lungo corso, ben radicato sul territorio e ben conosciuto dai consumatori e dagli acquirenti» e che aveva «costituito un vero e proprio ipermercato degli stupefacenti dai ritmi di vendita elevatissimi», e solo considerazioni di cautela processuale hanno spinto la Procura a non incriminare gli arrestati anche per associazione a delinquere. Dopo la grinta ostentata al momento dell’arresto («io con la droga non c’entro niente»), Azouz si trova in queste ore in cella a fare i conti con il tomo di prove che i finanzieri gli hanno messo in mano al momento dell’arresto.

E, mentre prepara una qualche linea di difesa in vista dell’interrogatorio di domani, forse si troverà a meditare anche sulla più surreale delle sue dichiarazioni ascoltate dalle lunghe orecchie delle «fiamme gialle»: «In Italia mi trovo bene. Ma gli italiani sono inaffidabili».