Il lutto degli orchestrali della Scala offende chi lo patisce davvero

Non posso credere che i professori della Scala vogliano davvero suonare la serata dell'inaugurazione con la camicia bianca e la fascia di lutto al braccio. Nell'Italia dove tanto numerose sono le morti sul lavoro, che cosa dovrebbero pensare le famiglie dei caduti al pensiero che gli artisti della Scala, con orari e giorni ridotti, indennità, permessi e 16 mensilità annue, portino il lutto per ottenere più soldi ogni mese?
Sarebbe la vergogna delle vergogne. Aggravata da un'altra ragione, che spesso viene sottovalutata. La Scala è un mito tra i più solidi degli ultimi duecent'anni. È al vertice d'una categoria di teatri in quel modo tutti mitici, quelli d'opera. L'opera ha una forza simbolica straordinaria in Italia: quando si verificano episodi condannabili riesce a fare scandalo fino a compromettere la solidità di giunte comunali che passano indenni a paralisi abituali nel traffico o dissesti nella vita ospedaliera, realtà che toccano sul vivo un numero ben più alto di cittadini. Si vuole vedere nella Scala un segno esemplare al di sopra della mediocrità della vita e della società. E la Scala risponde solitamente con dichiarazioni di importanza, con intenti di supremazia come primo obiettivo. La città vuole la parvenza dell'eccellere, la vetrina dell'orgoglio. Perciò i sindacalisti sanno che difficilmente un sindaco rischierà di perdere il luccichio sgargiante d'una serata inaugurale, molto più interessante per i poteri pubblici che un servizio costante, nobile e adeguato durante tutto l'anno. Che nelle loro rivendicazioni coinvolgano anche chi non c'entra, che abbiano imposto la cancellazione di una recita dell'Accademia con i giovani cantanti e la giovane orchestra in una delle loro rare occasioni per crescere è stato riprovevole; ma che mescolino il simbolo del teatro mitico alla contraffazione del lutto sul lavoro è troppo odioso e non può accadere.