Lutto finito, ora Pavarotti è un gossip

Se dal cielo - dove speriamo ch’egli si trovi - Luciano Pavarotti potesse assistere alla congèrie di pettegolezzi, indiscrezioni, litigi, pissi-pissi-bao-bao, dispettucci e maldicenze che si stanno accumulando sul conto suo e dei suoi familiari, si accorgerebbe di quanto è ipocrita l’Italia che ha appena finito di piangerlo a reti unificate. E probabilmente avrebbe nostalgia di coloro che, lui vivo, furono i soli ad avere il coraggio, se non di contestarlo, quantomeno di non venerarlo: i loggionisti del Regio di Parma, massima autorità - altro che i critici - in materia di lirica.
Raccontano che quando Pavarotti esordì nel Parmense, con un piccolo concerto in quel di Felino, i loggionisti del Regio andarono in trasferta a seguirlo, e furono piuttosto tiepidi. Quando poi, nel 1976, l’ormai grande tenore si esibì al Regio, dal loggione partì un applauso, ma anche una sentenza piuttosto severa: L’è bräv mo l’ne miga Corèli, dove per Corèli s’intendeva Franco Corelli, mito indiscusso dei melomani. E siccome le sentenze del loggione del Regio sono come quelle della Cassazione, Pavarotti non ha mai cantato, in quel teatro, chissà perché, un’opera intera.
Spietati, i loggionisti. Spietati ma molto più leali di quanti, una settimana dopo aver celebrato Pavarotti come «il più grande italiano nel mondo», mettono in scena un reality retroattivo sulla sua vita, inzuppando il pane su corna e amanti, soldi e testamenti, vizi privati e umane debolezze.
È da qualche giorno, infatti, che filtrano voci sui suoi presunti dissapori con la seconda moglie, Nicoletta, e indiscrezioni sull’eredità: l’ha cambiata in punto di morte? A chi andrà la villa di Santa Maria di Mugnano, è vero che non finirà a Nicoletta ma alle figlie avute dalla prima moglie Adua? E la piscina, a chi andrà la piscina? E il ristorante Europa 92? E il parco dove c’era il circolo ippico? E l’appartamento di Central Park a New York? Fatti loro, verrebbe da dire; e invece vengono fatti passare come fatti nostri, forse perché leggendo ci illudiamo di avere pure noi problemi d’abbondanza di quel genere.
Ma il colmo del cattivo gusto lo ha raggiunto ieri una «amica» del tenore la quale - forse ignara del detto che insegna a non mettere il dito tra moglie e marito - ha rilasciato una lunga intervista alla Stampa, poi replicata in serata al Tg5, per mettere in piazza ciò che Pavarotti e la seconda moglie Nicoletta avevano deciso (ammesso che le «rivelazioni» siano fondate) di tenere ben all’interno delle mura di casa.
Racconta la signora che il 16 agosto scorso il moribondo Pavarotti, in ospedale, le fece delle confidenze: «Sto malissimo. In questi ultimi anni Nicoletta mi sta tormentando, mi fa vivere da solo, sono isolato, i miei amici non mi vengono a trovare, parla male delle mie figlie, mi circonda di persone che non mi piacciono...». Sempre sulla moglie, Pavarotti avrebbe raccontato: «Pensa solo ai soldi, arriva con documenti da farmi firmare. Minaccia di non farmi vedere Alice, mi fa delle scenate». Infine, il grande tenore avrebbe rivelato all’amica che il suo dilemma era ormai diventato l’utilizzo o meno della lettera “e”: «O mi sparo, o mi separo».
Non per spirito corporativo, ma non credo sia giusto prendersela con il giornalista che ha raccolto l’intervista, e che ha fatto egregiamente il proprio lavoro: le notizie sono notizie, il commento è libero. E, perlomeno da parte nostra, il commento è una domanda: il bombardamento del gossip demenziale ci ha rincoglioniti fino a questo punto, fino a indurci a spifferare non solo le beghe coniugali dei vivi, ma anche quelle dei morti? Fino a rendere di dominio pubblico lo sfogo raccolto su un lettino d’ospedale da un ammalato terminale di cancro? Saremo retorici, saremo patetici, saremo vecchi, ma pensiamo che a furia di sbirciare dalle serrature dobbiamo aver perso il senso della misura e anche quello della vergogna. È tragicamente significativo che anche una stimata professionista come la signora intervistata dalla Stampa (è una nota ginecologa di Bologna) non si renda conto di cadere nel ridicolo quando, dopo aver dato in pasto al popolo del gossip tanta altrui intimità, spiega di non essere andata ai funerali di Pavarotti «perché non mi sarei ritrovata in quel festival mediatico».
Povero Pavarotti. Quali che siano i suoi errori, quali che siano le sue colpe nella gestione di una controversa famiglia allargata, non meritava di morire in un Paese che non sa tenere il lutto neppure per una settimana.
Michele Brambilla