Álvaro Siza, dittatore estetico che crea per il bene comune

Inflessibile con i collaboratori, l'architetto portoghese lo è anche con se stesso. "Ogni cosa dev'essere al servizio di chi la usa e dell'ambiente". E a 81 anni esporta idee in Cina e Corea

Oporto - Ottantun'anni; centinaia di progetti realizzati in tutto il mondo da Berlino all'Argentina; migliaia di idee scartate - «Bisogna buttar giù sul foglio qualsiasi pensiero ti venga in mente, anche il più pazzo e irrealizzabile, poi si butta tutto quello che non va, e su quello che resta si può iniziare a costruirci qualcosa intorno» -; una spaziosissima bacheca per tutti i suoi premi, fra cui il Pritzker Prize, cioè il Nobel per l'architettura, ricevuto nel 1992; un carattere non facile per i suoi collaboratori - «lavorare con lui è come giocare a scacchi, ma lui è sempre due mosse avanti a te», dice il giovane collaboratore che lo accompagna -; un «dittatore estetico» a detta dei suoi committenti (sui quali l'ha sempre vinta); una idea precisa di modernità - «Ogni edificio che ha delle qualità, è moderno» -; una voce bassa come il low profile del quale ha fatto un segno distintivo nella vita e nella carriera. E sei sigarette all'ora, il tempo dell'intervista.

Perché soltanto Álvaro Siza, il Maestro, può fumare qui dentro, nella grande sala riunioni affacciata sul parco del Museo di arte contemporanea «Serralves», a Oporto. E non perché lui sia uno dei più importanti architetti dell'ultimo mezzo secolo. Ma perché l'ha progettato lui, il museo, agli inizi degli anni '90, e lo ha aperto nel 1999, 15 anni fa. Che, insieme ai 25 anni della Fondazione Serralves che lo gestisce, fanno un doppio compleanno celebrato venerdì sera con una grande festa che ha richiamato qui tutta la migliore (e finanziariamente generosa) aristocrazia cittadina, assieme a collezionisti da tutto il Portogallo e la stampa di mezzo mondo. «Questo museo l'ho progettato io. Fui conquistato dal parco meraviglioso. Uno spazio enorme dove avrei potuto inserire il mio edificio, senza contrastare la villa art decò e il giardino degli anni Trenta. Se lo rifarei uguale? No, assolutamente. Ma non perché non mi piace così com'è. Ma perché ora sono diverso io ed è diverso il mondo. All'epoca, per esempio, non c'era la crisi. Oggi nessuno me lo commissionerebbe. È cambiato tutto. Guardate i giovani architetti. Dove sono? Eccetto forse qualcosa in Inghilterra o in Svizzera, è difficile vedere in Europa grandi progetti di qualità, anche per via della crisi. L'architettura si è spostata altrove... In Asia, a esempio».

E in Asia, alla fine, è arrivato anche Álvaro Siza. In Corea del Sud, dove sta collaborando ad alcuni progetti. E in Cina, dove l'Università di Hangzhou, a sud di Shanghai, lo ha chiamato a progettare il museo che ospiterà la collezione dei disegni del Bauhaus acquistati dall'ateneo. «È un bel campus, c'è un grande spazio vuoto, e ho tutto il tempo che voglio per lavorarci...». Conquistato dagli spazi, e innamorato più di ogni altra cosa dal disegno a mano libera, Álvaro Siza è ossessionato dal tempo, convinto che la velocità sempre maggiore di realizzazione degli edifici, azzerando i tempi di riflessione e di miglioramento tra il disegno esecutivo e l'inizio dei lavori, sia uno dei punti deboli dell'architettura di oggi. «È il motivo per cui si costruisce troppo e male». E i punti forti? «La funzionalità, che significa costruire un edificio che sia al servizio delle persone che lo usano. Il rispetto dell'ambiente, che significa che l'edificio deve essere in continuità con il luogo in cui viene costruito. La passionalità, che significa che ti deve conquistare, che deve piacere. Quando hai bene in testa tutte queste cose, e hai un metodo soprattutto, allora puoi cominciare a costruire».

Lui, che ha cominciato costruendo, laureato ma non ancora architetto, alla fine degli anni '50, la meravigliosa Casa del tè di Boa Nova affacciata sull'oceano, a Matosinhos, qui vicino, dove è nato nel '33, con metodo ha continuato a lavorare tutta la vita, ovunque: la piscina de Marés a Leça da Palmeira, qui a Oporto; il Centro Galego di arte contemporanea a Santiago de Compostela; la Facoltà di Architettura di Oporto; il celebre condominio a Berlino che un graffito ha battezzato per l'eternità «Bonjour Tristesse»; il Padiglione temporaneo della Serpentine Gallery a Londra, firmato assieme a Eduardo Souto de Moura... E tante cose anche in Italia. Il restauro della chiesa madre di Salemi, in Sicilia; la conversione del Palazzo Donnaregina nel museo «Madre»; la progettazione della stazione «Municipio» della Metropolitana di Napoli, che però è in corso di realizzazione... «Ma in Italia le cose vanno sempre molto lente. Un po' perché appena scavi un metro sotto terra, trovi un reperto romano e si ferma tutto. Un po' per le soprintendenze che bloccano ogni cosa e non si sa mai come prenderle, un po' per la burocrazia, un po' per la politica... Un giorno mi telefonano da Venezia per un mio progetto per il recupero di Campo di Marte nell'isola della Giudecca, dicendomi che non si poteva fare. “Non si può fare che cosa!?”, rispondo io. Non mi ricordavo neppure più di cosa si trattasse: erano passati dieci anni... Se vai in Francia, riesci a lavorare ma alla fine le cose vengono fatte male. In Italia invece non iniziano neanche a farle. E forse è meglio così».

E così, Álvaro Siza - architetto del dettaglio, urbanista della discrezione, designer dell'essenzialità, tutto tranne che una archi-star - alla fine resta qui a fumare, nella sua Oporto, al tavolo del museo Serralves, mettendoci davanti, sul grande tavolo delle riunioni, il modellino di un nuovo edifico che sorgerà dentro il parco della Fondazione. Ieri era un magazzino-autorimessa, oggi è un progetto esecutivo, domani sarà il Museo del cinema di Manoel de Oliveira, regista-icona portoghese che ha 105 anni e gira ancora film, unico ad aver attraversato la storia del cinema dal muto al digitale, un po' come Álvaro Siza, che ha attraversato quella dell'architettura dalla «scuola di Oporto» al post-post-modernismo... «Ecco, vedete? Qui ci sarà un piccolo cinema, qui la collezione dei suoi oggetti personali, qui lo spazio per le mostre, qui, nella torre, il suo archivio: sceneggiature, video, lettere...». E mentre ci racconta il nuovo progetto, si dimentica dell'appuntamento che aveva dopo l'intervista, perde di vista il problema dei finanziamenti - «dal governo o dalla Comunità europea, ancora non si sa» - e, anche davanti a un modellino, si comporta come di fronte ai suoi committenti, con tutte le sue opere: è sempre e soltanto lui a decidere come farci vedere le cose. Proprio come recita il Leone d'oro ricevuto alla Biennale di Venezia due anni fa, una delle più belle motivazioni di sempre: «Álvaro Siza mentre sembra andare nella direzione opposta rispetto al resto della categoria, in realtà pare essere sempre davanti a tutti, apparentemente non toccato e non intimorito dalle sfide pratiche e intellettuali che pone a se stesso».