Márquez, un’altra vittima del mal di Bartleby

Lo scrittore sudamericano: «Ho perso l’ispirazione». Ecco i grandi autori affetti da paura della pagina bianca

Un altro grande infettato dalla sindrome di Bartleby, il temibile morbo letterario che colpisce romanzieri, poeti e saggisti che, per le cause più varie, a un certo punto smettono di scrivere. L’ultimo socio di questo club esclusivissimo è Gabriel García Márquez, considerato il più grande scrittore latinoamericano vivente (è nato a Aracataca, in Colombia, nel 1928; ultimo libro pubblicato Memoria delle mie puttane tristi, autunno 2004): «in tutto il 2005 non ho scritto una riga, è la prima volta che accade nella mia vita», ha confessato al quotidiano catalano La Vanguardia. Al blocco creativo il premio Nobel (lo vinse nel 1982) avrebbe potuto rimediare col “mestiere”, ma non se l’è sentita. «Con la pratica che ho, potrei scrivere un altro romanzo senza troppi problemi. Ma se non ci metti l’anima il lettore se ne accorge sempre» ha detto l’autore di Cent’anni di solitudine.
Mancanza d’ispirazione, crisi creativa, blocco dello scrittore, fascino del silenzio. Lo si può chiamare in molti modi. Il più originale l’ha inventato lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas che qualche anno fa in Bartleby e compagnia (Feltrinelli, 2002), ispirandosi al celebre scrivano del romanzo di Herman Melville che era solito rispondere a ogni invito con uno sconsolato «I’d prefer not», mise in fila tutti gli scrittori - da Rimbaud a María Lima Mendes, da Bernardo Atxaga a De Quincey fino ai casi limite di Salinger e Pynchon - che all’improvviso hanno detto «no» (in realtà qualcuno non ha neppure iniziato: Socrate è diventato un gigante del pensiero non scrivendo una riga...).
I “bartleby”... Come Pepín Bello, cervello della generazione del ’27 - quella di García Lorca, Buñuel e Dalí - l’intelligenza più brillante della Spagna della sua epoca e citato da tutti i manuali pur non avendo pubblicato una sola pagina. O il triestino «Bobi» Bazlen, ispiratore di scelte decisive per l’editoria italiana degli anni ’50-60 che lasciò soltanto delle Note senza testo e un romanzo incompiuto. Oppure Rimbaud, l’archetipo della negazione, che a 19 anni aveva già dato tutto ciò che doveva dare per cambiare la poesia occidentale e poi sparì in Africa... Poi c’è Jerome D. Salinger, tra i giganti del ’900 letterario, autore di quattro libri impressionanti, ma che dal ’63 non pubblica nulla. E il messicano Juan Rulfo? Scrisse due capolavori: i racconti di La pianura in fiamme (1953) e il romanzo Pedro Páramo (1955), poi per 30 anni tacque. A chi gli domandava perché avesse smesso, rispondeva: «È che è morto mio zio Celerino, quello che mi raccontava le storie». Juan Ramón Jiménez, invece, perse la moglie Zenobia negli stessi giorni in cui gli annunciarono il Nobel, nel 1956. Da quel momento cadde in una paralisi letteraria assoluta...
E oggi anche Gabriel García Márquez si aggiunge all’elenco dei grandi che hanno il coraggio di dire «preferiscono di no», creatori che hanno scelto di non creare, gli unici, sembra di capire, che hanno ancora qualcosa da dire. Il silenzio... la sola strada rimasta aperta all’autentica creazione letteraria.