Maazel incanta con Schumann

Alberto Cantù

da Milano

Ha un bel dire Theodor Adorno (qualcuno si ricorda ancora di lui?) che il pubblico moderno è un «collettivo indistinto». Nel senso che se alle corti del Sei-Settecento c’erano una preparazione e un gusto musicale omogenei, oggi possiamo trovare chiunque nella poltrona di un luogo musicale: dal diplomato in composizione a chi non sa leggere una nota.
L’esperienza, però, insegna. Insegna a frequentare le diverse istituzioni musicali dove si apprende come ognuna d’esse ha il «suo» pubblico. C’è chi ascolta musica dal vivo perché è abitudine socialmente stimata. Chi per mostrarsi o incontrare gli amici. Chi, infine, per quella che dovrebbe essere la molla che fa planare in una sala: ascoltare musica, valutare un’interpretazione, condividerla o no con applausi di varia intensità (i fischi ormai sono spariti: scomparsi o quasi anche dal loggione). A quest’ultima categoria di «indistinto ma non troppo» ci sembra appartenere il pubblico dei Concerti sinfonici alla Scala in abbonamento (tre turni). Ad esempio quello che ieri l’altro ha applaudito il concerto «infilato» da Lorin Maazel, con la Filarmonica della Scala, tra una rappresentazione e l’altra di Tosca.
Uno splendido concerto a partire dal programma: denso non per quantità o durate (le solite gigantoscopie mahleriane) ma per il peso specifico dei brani. L’inebriante, «olimpico» congedo di Mozart dalla Sinfonia - la numero 41 che l’Ottocento titolò a ragione Jupiter - e il rotto, febbrile, commovente sinfonismo di chi, come Robert Schumann, sentì da uomo e artista un costante anelito d’infinito. Nel nostro caso lo Schumann della Seconda sinfonia.
Guardi il gesto di Maazel, ex enfant prodige del violino e della direzione, e capisci perché il suono della Filarmonica è così limpido e duttile nell’articolare il suono, nel fraseggiare con ampiezza, nel modificare di volta in volta il tempo. Basta un dito della mano sinistra di Maazel per suggerire un colore o «acchiappare» l’orchestra e portarla dove vuole lui. La bacchetta si muove con pochi, elastici e fulminei gesti che hanno la precisione di un compasso nell’indicare un’entrata o nel «mimare» (da violinista, appunto) il serpeggiare dei violini nello Scherzo di Schumann, sorta di moto perpetuo che in controluce riconosci pianistico.
Ecco così un Mozart «olimpico» e al tempo stesso cameristico per levità e trasparenza: splendido banco di prova per la Filarmonica. Uno Schumann la cui visionarietà è data anzitutto dalla particolare tinta sonora e dove l’Adagio respirato come una preghiera fra Bach e Mozart. Alla fine, tutti a congratularsi: pubblico e orchestra. Evviva.