Maazel, un Mozart troppo perfetto

Grande prova alla guida della New York Philharmonic che fu di Toscanini

Piera Anna Franini

da Milano

La New York Philharmonic Orchestra è una macchina da guerra che conosce poche sbandate. Perfetta la ripartizione dei pesi tra le famiglie orchestrali, squilla d’ottoni con pochi pari, gli archi non incantano per screziature di seta – le avremmo gradite in Mahler, il che ci ha fatto rimpiangere complessi come i Wiener – ma hanno la compattezza di un quartetto d’archi allargato. Prime parti di eccellenza, in testa la spalla dei primi violini, Glenn Dicterow. È sempre un piacere ascoltare la New York Philharmonic e soprattutto se a dirigerla è il suo direttore, Lorin Maazel, che l’ha riportata a Milano dopo venti anni di assenza.
L’occasione è quella della lunga tournée avviata a Roma l’8 giugno con la tappa scaligera propiziata dall’associazione L’Amico Charly cui va il ricavato della serata. Vedere dirigere Maazel, si sa, è una lezione. È tecnicamente inappuntabile, basta un accenno e l’orchestra sa che fare. Tuttavia poiché i Classici (Mozart soprattutto) non perdonano, la perfezione non è di questo mondo e le leggende vanno periodicamente aggiornate, è accaduto che in alcuni passi della Sinfonia Jupiter di Mozart, soprattutto nel primo e secondo tempo, vi siano stati smarrimenti. Del resto, riconosciamo che non è semplice prendere confidenza con un nuovo palcoscenico, soprattutto se è acusticamente spietato come quello del Teatro alla Scala.
Abbiamo ascoltato una Jupiter – salvo i disguidi di cui s’è detto – tecnicamente irreprensibile, aristocratica, apollinea, levigata come una statua del Canova. Luminosa, sì, ma d’una luce senza sfumature, talvolta si avvertiva la noia della perfezione del meccanismo ad orologeria: il caso patente dell’Adagio. Alla lettura della Jupiter abbiamo preferito quella della prima sinfonia di Mahler con un Maazel più incline allo scavo, seppur settorialmente. E quando Maazel decide di farsi intrigare da una partitura, allora è un gran piacere. Il secondo tempo era una delizia, fatto di macchie sonore, di ubriacature e di uno struggersi che il direttore ha preferito ghiacciare con l’ironia. Pubblico delle grandi occasioni, con applausi rigorosamente fuori tempo e luogo. Sorrisi prima indulgenti e poi meravigliati degli orchestrali.