Maazel sul podio della Scala dirige l’opera dopo 14 anni

Ricordi e nostalgia nelle parole del «mostro sacro» della musica

Meraviglioso Maazel. Direttore, violinista, compositore. Divulgatore instancabile. Padrone assoluto e illuminato delle orchestre del pianeta. Dai Wiener ai Berliner e a tutti gli altri. Sacra mecca di Bayreuth inclusa e spazi nuovi dell'Oriente (Cina, Malesia...) anche. Persino dotato del dono dell'ubiquità. Tu lo pensi a New York con la sua New York Philharmonic, e lui sta portando a spasso la Toscanini ( «sua» dal 2004). Magari, sarà il prossimo gennaio, sugli stessi percorsi delle mitiche tournée di Toscanini. E poi a casa, con Filarmonica di Parma e di New York a ranghi uniti.
L'abbiamo sempre visto sorridere. Pensare ai numeri della sua vita... 150 orchestre, 5000 spettacoli, 100 e più Salisburgo, 10 capodanni al Musikverein. Celebrare gli anniversari altrui e suoi. I 70 con un tour in veste di violinista (il primo amore non si scorda mai), i 75 con la Filarmonica di New York in un programma di musiche sue.
L'abbiamo ammirato per la generosità: l'integrale delle sinfonie beethoveniane in un solo giorno, con le tre orchestra londinesi, a favore dei piccoli sordi. I concerti per la pace. Sorrideva. Adesso invece c'è un velo di tristezza. Niente è più come una volta.
Passano i nomi, le storie suscitano un sospiro. La Scala. Anche qui nomi e nomi. Ma soprattutto quello di Victor De Sabata che lo incoraggia, e dopo una fortunosa Catania e un più tranquillo Torino lo invita alla Scala. A patto che diriga Ditirambo di Viozzi. Un triestino, come lui. Poi 14 opere tra le quali 3 aperture di stagione e 10 nuove produzioni.
I 14 anni di assenza dal podio operistico? Un caso, un momento di predilezione per il sinfonico. Nel futuro immediato una Traviata. Un po' più avanti la sua opera, 1984 da Orwell. Che per ora è l'unica. «Ma ricomincerò a scrivere». 1984 ha un anno e a Londra è piaciuta ai giovani per via dell'attualità dell'argomento. Il grande fratello e il regime totalitario.
Il nuovo corso e i giovani direttori? Se sono bravi si vede subito. Indispensabile il vissuto? Evidente. Un progetto sociale? Lasciare in eredità una manciata di promesse avviate con serietà. Il rapporto arte-politica? Ufficialmente nullo. Sebbene sia proprio l'arte la messaggera più insinuante.
A lui, che ha diretto tutto, cosa manca? Wozzeck e Parsifal. Tosca? Un capolavoro. È verista? Sì, ma nella cornice entrano in continuazione gli elementi del modernismo. Che differenza tra la sua Tosca incisa nel '66 con Nilsson, Corelli e Fischer-Dieskau e quella di oggi? «Oggi sono più intimista...».
Nel futuro? L'organizzazione del nuovo polo teatrale di Valencia. «Ma non sorride più?». «Sì, continuo a credere. Penso che ce la faremo. La storia è sempre stata un susseguirsi di momenti antitetici...».