«Macché accordo sull’Afghanistan, Prodi rischia»

«La nostra posizione è diametralmente opposta a quella di D’Alema. Vogliono mettere la fiducia? Sarebbe come coprire un fossato con un tappeto»

Emanuela Fontana

da Roma

«Al Senato non siamo 3 o 4 a votare no alla missione in Afghanistan, ma dieci o venti sicuri. Se poi arriva il sostegno dei folliniani sarebbe una sconfitta dell’Unione e saremmo di fronte a una nuova maggioranza e agli albori di una crisi di governo». Il senatore Gigi Malabarba rappresenta la sinistra interna a Rifondazione (Sinistra Critica), ma lo scenario che delinea non è poi tanto apocalittico qualora i tre partiti che hanno sempre votato no alle missioni militari - Pdci, Verdi e Rifondazione - mantenessero coerenza con il passato. E così mentre la diplomazia del Prc con il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore sta pensando a un documento comune per risolvere il nodo-Kabul e arrivare al voto del decreto di rifinanziamento evitando la spada di Damocle della fiducia, c’è chi scuote la testa e afferma: «Questa missione non la voto», come il senatore Verde Mauro Bulgarelli che spiega di parlare così «perché io ho una brutta malattia, la coerenza. Io ho sempre votato contro le missioni, non capisco perché all’opposizione andava bene, e adesso no...». C’è una società civile «che non può essere tradita, e che è stata «capace di portare in piazza 3 milioni di persone».
La questione in realtà è ancora più complessa perché all’interno della stessa Rifondazione c’è appunto l’ala più «concertante», rappresentata dai capigruppo Migliore e Russo Spena e alcuni singoli che insistono col dire che «un documento di accompagnamento al decreto di rifinanziamento rappresenterebbe una foglia di fico», riflette Malabarba. Il presidente dei senatori Russo Spena invece è cauto: «È prematuro parlare di indicazioni di voto perché c’è da svolgere un percorso di discussione». Prova dei mal di pancia interni è il fatto che oggi, al comitato politico nazionale del partito, le due ale di sinistra del Prc, Essere Comunisti e Sinistra Critica, presenteranno due documenti molto critici sui primi 30 giorni del governo Prodi, in testa il caso Afghanistan e a seguire il siluramento di Lidia Menapace dalla presidenza della commissione Difesa al Senato.
Gli ostacoli maggiori per il governo sull’Afghanistan saranno proprio a palazzo Madama, dove il Pdci voterà la missione solo con il ricatto della fiducia al governo Prodi, e così anche i Verdi, se la mozione non sarà per il ritiro: «Noi daremo un sostegno alla missione in Afghanistan solo nel quadro di una fiducia»», chiarisce Jacopo Venier, responsabile Esteri dei Comunisti Italiani. Il Pdci punterà in alto nel lavoro di scrittura della mozione: «Siamo rimasti scottati e feriti dall’esperienza del Kosovo. Cercheremo di insistere solo sulla soluzione del ritiro».
Oltre alle lacerazioni interne, al Senato ci sono poi i problemi di coscienza di alcune new entry, come Franca Rame, che trova «molto difficile» votare per una missione «di guerra» e contro l’amico medico Gino Strada. Tra i senatori a vita è già uscito allo scoperto il presidente emerito Francesco Cossiga: si asterrà dal voto sulle missioni anche se si definisce «l’uomo dei missili», perché «proprio non comprendo questo capitolo della politica del governo di centrosinistra».
Secondo Bulgarelli al tavolo della faticosa trattativa sulla mozione dovrebbero sedere anche «rappresentanti della società civile». In caso di voto di fiducia «sarebbe diverso perché scatterebbe una valutazione a 360 gradi sul governo Prodi» e dunque il voto non sarebbe in dubbio ma, conclude il senatore dei Verdi, «non vorrei che i primi cento giorni del governo Prodi abbiano la macchia della missione afghana». Il ritiro deve essere «messo nero su bianco con molta chiarezza».
Per il senatore Malabarba, la fiducia «rappresenterebbe comunque una sconfitta e l’inizio di un processo di crisi, che potrebbe proseguire con il Dpef, con l’apertura della maggioranza al centro verso una Grosse Koalition. O si rischia di continuare a porre la fiducia e come si dice non si mangia il panettone a Natale, o qualcosa deve cambiare. Verso sinistra».