«Macché Canà, mio padre Oronzo era un vero allenatore nel pallone»

Matteo Pugliese, figlio del tecnico che ha ispirato il film: «Lui non avrebbe mai fatto le corna»

Non è stato molto complicato raggiungerlo. Piuttosto fa un certo effetto sentirlo parlare con cadenza veneta. «Sì divntat’ giargianese» avrebbe chiosato la buonanima. Matteo Pugliese, 59 anni, figlio secondogenito (la sorella Francesca, di 5 anni più grande, risiede a Bari) di don Oronzo Pugliese, l’originale dell’Allenatore nel pallone, vive a Padova, dove cura la catena dei negozi Vittadello (sua moglie) e altri felici investimenti e continua a irrorare la memoria di papà. Un papà straordinario, inventore del mestiere dell’allenatore sudista, autodidatta che non amava la zona e neanche il «5-5-5». Il museo, artigianale, è a Turi, nell’abitazione di famiglia, sorvegliato dalla signora Adelina, novantenne, la moglie di don Oronzo: in bella evidenza il Seminatore d’oro, la foto-gigante sulla panchina della Roma, medaglie sparse e ritagli di giornali. «Ricordo ai funerali di papà l’arrivo commosso di don Mimì Rosa Rosa e di Nocera, la telefonata di Canè e di Loseto», racconta Matteo. In gioventù si esercitò in giornalismo col Corriere dello Sport, poi si laureò, conobbe la moglie (suo suocero fu vice-presidente del Padova ai tempi di Nereo Rocco allenatore), si trasferì in Veneto e la sposò. Hanno avuto tre figlie che sanno quasi tutto di quel nonno riportato alla luce dal remake del film di Banfi. «Il primo film aveva tratti autentici di mio padre: per esempio il modo di portare la giacca sulle spalle, alla contadina, il tic di correre lungo la linea del fallo laterale. Non aveva invece l’abitudine di insultare l’arbitro» s’infervora Matteo. «Papà, anzi, aveva un eccellente rapporto con gli arbitri, conosceva benissimo Concetto Lo Bello, ne era grande amico, l’aveva conosciuto a Siracusa. Aveva sposato una siracusana, mia mamma Adelina. Ai tempi del Foggia, per esempio, fu squalificato solo una volta, e per un banale equivoco» incalza Matteo. Quel don Oronzo Canà che dà del cornuto all’arbitro non gli appartiene affatto.
DALLA PENNA DI BRERA
Mago del Sud in contrapposizione a Helenio Herrera, Pugliese senjor si adattò volentieri al personaggio cucitogli addosso dai giornalisti dell’epoca, «Ghirelli e Brera» in particolare. Dietro la recita, l’orgoglio autentico di un uomo «umile, furbissimo» salito alla ribalta del calcio nazionale. Don Carmelo Di Bella, l’altro esponente, non arrivò oltre i confini della Sicilia; lui, don Oronzo, partito da Messina (Seconda guerra mondiale), scalò le panchina e la Penisola: prima Foggia, poi la Roma, quindi il Bologna e la Fiorentina, fino a sfiorare la grande Milano dove amava presentarsi, d’inverno, ingabbiato dentro una pelliccia sintetica orribile. «Papà aveva la quinta elementare. Spesso mi diceva: avessi studiato chissà dove sarei arrivato» ricorda il figlio. Si spiega così il ricorso puntuale al dialetto barese. «A Patino, ala del Foggia, che amava fare il doppio passo, spediva ammonimenti in slang» rievoca Matteo. Non si lasciò condizionare dall’incontro ravvicinato con gli stranieri, lo spagnolo Peirò a Roma, per esempio. «Sei tu che mi devi capire, non il contrario» lo ammonì una volta. «Fu un libero pensatore», come lo definisce adesso il figlio Matteo, un antesignano della guerra agli stranieri, prima dell’invasione pacifica. In una intervista televisiva, di recente riproposta da Sfide sui Raitre, spiegò la sua filosofia. «Quelli (intesi come stranieri, ndr) sono furbi. Se conviene loro ti capiscono, altrimenti fanno finta di niente», spiegò con quel suo accento pittoresco.
UN FALSO AVARO GENEROSO CON TUTTI
Il commendator Oronzo Pugliese (titolo esibito come una laurea, sul campanello di casa) praticò il calcio della sua epoca, poca tattica, niente corsa e tanto sano agonismo. Usava il libero staccato, difesa solida e contropiede classico, senza trascurare le marcature a uomo. «Un giorno, prima di sfidare il Milan a San Siro, disse al suo mediano Ferrari: se a fine partita non trovo sul tavolo dello spogliatoio l’orecchio di Rivera, non ti faccio più giocare», l’episodio scovato nell’album di famiglia. La fama di persona avara («mai offerto un caffè» ricorda Bulgarelli) litiga in modo solenne con gesti di generosità. Per esempio procurò a suo cognato Egizio Rubino, allenatore di più modesto spessore, la panchina del Foggia in serie A prima di passare alla Roma. «Lo raccomandò a don Mimì Rosa Rosa, il presidente, che pendeva dalle sue labbra», fa notare Matteo. «Mio padre aveva il culto del risparmio, sapeva di non poter contare su uno stipendio fisso e perciò metteva da parte come le formichine: a questo modo a noi due figli ha lasciato non solo ricordi splendidi», la difesa d’ufficio quasi inutile.
Tra le rare debolezze accertate di don Oronzo quella dell’età. Fu capace di nascondersi un anno fin quasi alla morte, avvenuta nel ’90, a Turi. E infatti, su internet, la data di nascita recitata dai diversi siti non coincide. Era nato nel 1910 e non nell’11 come ripeteva lui. «Aveva l’animo dell’artista» lo difende la figlia Francesca. Come si fa a darle torto?