Macché d’Annunzio erotomane Quello di Chiara è falso pudore

Egregio Direttore,
studiosi e lettori di professione, anche eccellenti, hanno nuociuto a d’Annunzio e continuano a nuocere, visto che Il Giornale del 13 settembre scorso ripropone acriticamente opinioni vecchie di oltre trent’anni, alle quali ieri ha già ribattuto a dovere Giordano Bruno Guerri. Mi riferisco al discutibile punto di vista di Piero Chiara, che risale al 1976, sulle lettere del poeta a Barbara Leoni.
Intanto non è vero che si tratta «del più grande amore che d’Annunzio ebbe nell’arco della sua intera esistenza». Se, a fronte delle mille e più lettere di Gabriele a Barbara (fra l’87 e il ’92), Chiara avesse potuto leggere le mille e più lettere (fra il ’96 e il 1904) di Gabriele a Eleonora Duse, probabilmente avrebbe cambiato opinione. Come certo l’avrebbe cambiata se avesse letto le innumerevoli lettere (fra il 1906 e il 1908) a Giuseppina Mancini. Lettere che però restano inedite, mentre di quelle a Barbara si sa fin dal ’35, grazie al primo acquirente, Mario Gabello, al quale Barbara le aveva vendute «in vecchiaia per sopperire ai gravi e urgenti bisogni». Così informa Chiara, senza chiedersi perché mai un’anziana signora, che vive di carità in un convento di suore non crede opportuno, al momento della vendita, di purgare minimamente il carteggio.
Ma Chiara non si fa domande e dice sbrigativo la prima cosa che gli viene in mente. Ed ecco un d’Annunzio erotomane, su cui magari calcare la mano; ed ecco la povera vittima innocente, sedotta e abbandonata. Si vede che le mille e passa lettere di Gabriele a Barbara erano troppe per leggerle dalla prima all’ultima e troppa briga prendere in considerazione quelle di lei a lui: inedite e invendute. Chiara avrebbe appreso con vivo stupore che Barbara frequentava assiduamente la nota «mezzana» Clo Albini. Perché una relazione tanto disdicevole? Perché, risponde Barbara, deve a Clo molto denaro e per troncare deve saldare il debito. Se questo è un modo per batter cassa, bussa alla porta sbagliata, in quanto Gabriele, allora a Napoli, è più che mai squattrinato.
Quanto alle madonne incautamente collocate sugli altari, tutte hanno per parte loro registrato l’eccellenza delle prestazioni erotiche di d’Annunzio, tali da fare veramente felice una donna; prestazioni tutt’altro che «psicopatologiche». Ma qui, nel giudizio, entra in gioco il «comune senso del pudore», determinato dalle convenzioni e dall’esperienza personale. Quella di Chiara, in merito, deve essere stata pessima se giudica deviato un amante che invece a letto conosce il fatto suo.
Insomma basta con i giudizi nocivi e sbrigativi. E basta con i concorrenti lividi d’invidia. Non c’è scrittore, a cominciare dai coevi Pascoli o Pirandello, che non abbia mal digerito la fortuna di d’Annunzio con le donne e la fortuna di d’Annunzio con il pubblico; per non dire delle sue splendide dimore, della sua destrezza sportiva e delle imprese di guerra. Avventure esaltanti che bisogna deprimere e Chiara parla insensatamente di «destino di tristezza senza fine». Bisogna andare fuori d’Italia per un ritratto equo di d’Annunzio, fra i contemporanei. Perché il Giornale non pubblica le pagine di Romain Rolland? Scriveva, nel 1940, riferendosi al combattente: «Qualunque cosa abbia scritto, il suo sangue lo loda». E aggiungeva, a buon conto di ogni Piero Chiara: «La sua vita fu una sfida sprezzante nei confronti di un’epoca debole e occhiuta, che lo ammirava denigrandolo e aspettandolo al varco, pronta a morderlo, che l’avrebbe divorato se egli non l’avesse soggiogata».
Presidente del Vittoriale
degli Italiani