Macché di destra, Battisti era il re del pomicio

Carte in tavola subito: a me, Lucio Battisti è sempre piaciuto poco. Mi stavano in uggia quella vocina soffice, perfetta per un tremolio di pensieri e emozioni, quella musica arpeggiante e fin troppo melodica, quel ricciolo afro quando andava di moda il ricciolo afro. Tutt’altre musiche hanno accompagnato i miei anni Settanta, roba forte e dura, anche se scontata. I Pink Floyd, Dylan, Zappa, gli Stones. E però avrò comprato almeno una mezza dozzina di volte le sue antologie (poi perse o regalate), quelle che si trovano a prezzo scontato negli autogrill. Il viaggio in autostrada favorisce i ricordi, e più sono languidi, meglio. Così, ogni volta, riscoprivo che la mia giovinezza è stata intessuta di fiori di rosa e fiori di pesco, di poesia d’un amore sovrano, di ancora tu, e di motociclette che non si sa bene se riuscivano a capire o no.
Ero dunque di destra? Manco per niente, senz’altro non quello che si intendeva allora come «destra», cioè: fascista. Un marchio d’infamia che segnava a fuoco chiunque non fosse di sinistra. E il povero Battisti questo veniva considerato, un fascista. Per dimostrarlo, in mancanza di prove più robuste, si citava persino la copertina di un album dove c’era gente che salutava – innocente – con il braccio destro. Se la prova era modesta, era ancora più modesto il pensiero di fondo che la precedeva, ovvero: Battisti non canta la protesta, quindi è di destra.
A quell’epoca la locomotiva di Francesco Guccini, guidata da un anarchico esagitato, si schiantava felicemente contro «un treno di signori». E a quella «bomba proletaria» si adeguavano, più o meno enfaticamente, tutti i cantautori, che dovevano essere – per essere – almeno contro la borghesia. «Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia / non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia», recitava uno dei più raffinati, Claudio Lolli. Per essere apprezzato, un cantante dabbene doveva protestare contro la società, la politica, il mondo, l’universo, Dio: che infatti, per Guccini e i Nomadi, era «morto». Chi sfuggiva a questa regola veniva considerato un cantante per mamme o commesse d’altri tempi. Oppure, se aveva dignità artistica, come Battisti, non poteva che essere un nemico del popolo e delle sue nobili aspirazioni: un fascista, appunto. Quali fossero le vere aspirazioni del popolo, in realtà, lo si vedeva a tu per tu.
A tu per tu, Battisti era più che un sottofondo, era un condimento che facilitava ogni seduzione, anche di quelle ragazze in gonnellona a fiori che avevano il pregio di non farti faticare per slacciare il reggiseno, visto che non lo portavano. «Che ne sai di un campo di grano?» «Conosci me, la mia realtà?» E via, il terreno era bell’e pronto, specialmente se si avevano a disposizione addirittura «le luci rosse»: dello «champagne ghiacciato» si faceva pure a meno.
Ma poi: a mano a mano che mi ritorni in mente, caro Lucio, questa faccenda di Battisti/fascista era un topos di una minoranza un tantino fanatica, che confondeva la barba del Che con quella di Dalla, quella di Castro con quella di De Gregori: ricordo benissimo che in quei luoghi di danza (sempre più rari) dove si inframmezzava il rock con i lenti, appena l’astuto disc-jockey insinuava Battisti, le folle scendevano in pista, e non per fare la rivoluzione antifascista, bensì per pomiciare. Lucio Battisti è il padre primigenio del pomicio dagli anni Settanta in poi, e se lui è di destra, anche il pomicio è di destra. Chi se la sente di affrontare un dibattito sul tema?
Sul mio forum, dove sanno quasi tutto, Fast mi informa che effettivamente Battisti tendeva a destra, tanto che negli anni Settanta avrebbe arrangiato un disco di Fabrizio Marzi, che di destra lo è davvero, e che per questo – per quanto bravo – è ignoto ai più. La vera pena, se è così, è che Battisti abbia dovuto nasconderlo, per campare e prosperare in pace. Oggi, il fatto che Il Secolo d’Italia abbia appena dedicato al cantautore un numero quasi monografico rinfocolerà l’esausta polemica. Come il fatto che l’amministrazione di Viterbo, di centrodestra, abbia deciso di dedicare un parco e con relativi sentieri ai titoli delle sue canzoni: «Cara, andiamo a fare una passeggiata Nel sole nel vento, nel sorriso, nel pianto?»
Sdrammatizziamo, suvvia, questa faccenda. Con un altro ricordo personale: l’idea del comune di Viterbo non è nuova; anni fa il comune presilano di Soveria Mannelli (guidato da una lista civica) decise di chiamare un viale «Fiori rosa» e un altro «Fiori di pesco», avendo peraltro il garbo di decorare i due viali con le piante corrispondenti. All’immancabile convegno su Battisti venne invitato anche il vescovo, che declinò per lettera, dispiacendosi di non poter onorare «la memoria dell’eroico uomo politico che sacrificò la vita alla Patria». A proposito, Cesare Battisti era di destra?
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