«Macché guerre di religione è solo un film d’azione»

Il regista Ron Howard si difende: «Quello che m’interessava erano intreccio e suspense». Paul Bettany: «Il libro l’ho trovato tra i thriller, non nello scaffale di teologia»

Stenio Solinas

nostro inviato a Cannes

«Non sono in grado di dire se Nostro Signore fosse sposato o meno: all'epoca dei presunti fatti non ero ancora nato» gigioneggia Tom Hanks. «Come la penso io non credo interessi a nessuno. Posso solo dire che il vero mistero permanente che mi affascina è la vita in quanto tale» filosofeggia Ron Howard. «Quando sono andato a comprare il libro non l'ho cercato nel reparto teologia, mi sono recato dritto allo scaffale dei thrillers» taglia corto Paul Bettany. La palma per la battuta migliore va a Jan McKellan: «Credo che la Chiesa ci debba ringraziare. Uno dei temi più scottanti del magistero cattolico riguarda l'omosessualità e noi abbiamo dimostrato senza tema di smentite che Gesù era eterosessuale»...
All'indomani del gelo in sala della critica il cast al gran completo del Codice da Vinci siede dietro il lungo tavolo della prima conferenza stampa del 59° Festival di Cannes, nemmeno fosse L'ultima cena. C'è chi minimizza i termini del dibattito, chi dice che un film va seguito per l'intrigo e per l'intreccio, chi si rifugia nella routine delle risposte di prammatica: clima ideale sul set, accordo perfetto, grande professionalità... Ciò che veniva imputato a Dan Brown come scrittore, il voler far passare per opera storica quella che, più semplicemente, era un'opera di fantasia, si rivela, per paradosso all'incontrario, il vizio di fondo del regista: uno scetticismo più o meno inconscio che dà alla pellicola dei momenti di involontario umorismo, come quando uno stranito Tom Hanks spiega a una poco convinta, bontà sua, Audrey Tautou, che lei è l'ultima erede in linea diretta dell'unione fra il Cristo e Maria Maddalena... «È un momento magico che ho voluto rendere come se fosse una semplice conversazione fra due persone» si accalora a spiegare l'attore. «Quegli scambi di confidenze che si possono avere nel chiuso di una stanza, lontano da occhi e orecchi indiscreti». È questo voler rendere normale, sotto tono e verosimile l'inverosimile che spiega alla fine il fallimento del Codice da Vinci. Provate nella vita di tutti i giorni a sentirvi dire da qualcuno che discende direttamente da Pinocchio e poi mandate a Tom Hanks una e.mail con le vostre reazioni...
Costruito intorno alla figura femminile di Sophie Neveu, simbolizzazione del tradito cristianesimo al femminile, Il Codice da Vinci avrebbe dovuto avere in Audrey Tautou il suo punto di forza. «È enigmatica e al tempo stesso accessibile» dice Ron Howard, «intimidisce, è eterea e misteriosa» concorda Tom Hanks. Seduta al fianco del massiccio Jean Reno, quella che era la stravagante eroina del Magico mondo di Amélie dà l'impressione di non aver ben capito il più complesso e sconvolgente mondo di Sophie. Pallida, capelli corti, vestito nero, sembra uno scricciolo, più portata a stupirsi degli orari e del modo di lavorare degli studios d'oltreoceano che non a interrogarsi sul suo ruolo. «Sono molto timida» si scusa e comunque non è che il romanzo oggetto di così tante polemiche abbia rappresentato per lei chissà quale rivelazione...
Ci fosse stato un set meno blindato, forse la delusione sarebbe stata minore... «Non ho voluto che trapelasse nulla proprio perché volevo si mantenesse la suspense della storia» si difende il regista. Ma a giudicare dal lancio del film stesso e dall'incredibile commercializzazione che è destinata a ruotargli intorno, una sorta di Harry Potter per adulti atei e/o credenti, l'impressione è più quella di un calcolo legato al gigantismo di operazioni commerciali che solo dalla aspettativa alimentata e costruita ad arte possono aspettarsi ritorni in grado di fronteggiare gli alti costi sostenuti.
«Perché all'inizio si vede sotto il quadro della Gioconda la scritta Monna Lisa invece di Mona Lisa? È un errore voluto?» chiede un giornalista cinese. «Non so» è la replica. «Quella comunque è la dicitura che c'è al Louvre». Si capisce che a questo punto è inutile continuare. Più che aver fatto un brutto film, Howard ha sbagliato pittore.