Macché Israele, la sinistra sfila contro se stessa

A Torino i dimostranti dell’autonomia attraversano il centro: tanti
slogan, nessun incidente. Cifre discordanti, ma per la questura erano
solo 1500. Bertinotti, nel mirino della contestazione, diserta la Fiera
del libro

nostro inviato a Torino

Cane che abbaiò non morse. Alla fine non è successo niente. Se quella di Torino doveva essere l’occasione di riscossa e chiamata alle armi della sinistra che non è più rappresentata in Parlamento, andiamo male. Se la manifestazione organizzata dai centri sociali, da Askatasuna (che in basco vuol dire «Libertà») e da Free Palestine, doveva essere l’occasione per contarsi, la cifra è misera: duemila persone, che mestamente hanno sfilato da largo Marconi a via Fabio Filzi, dove il cordone invalicabile delle forze dell’ordine li ha bloccati a 200 metri dall’ingresso del Lingotto. La zona rossa intorno al Lingotto non ha evocato gli spettri del G8 di Genova. In verità c’erano più poliziotti e giornalisti che manifestanti (come sempre il balletto delle cifre è come le forchette elettorali di Piepoli: per la Questura erano 1500, per gli organizzatori 10mila).
La sinistra radicale è più divisa che mai: i Comunisti italiani di Diliberto sono al corteo e appoggiano il boicottaggio. In piazza ci sono anche quelli del Carc (Comitato di appoggio alla resistenza comunista) e sventolano le bandiere rosse del Partito comunista dei lavoratori. Rifondazione comunista con Fausto Bertinotti partecipa invece alla contestata Fiera del Libro dedicata agli scrittori israeliani. Alle cinque e mezzo Bertinotti doveva essere alla Sala dei Cinquecento per presentare il libro «Alternative per il socialismo». Titolo dell’incontro da contrappasso dantesco: «Dopo la sconfitta. Le prospettive della sinistra in Italia». La stessa ora in cui il corteo arrivava davanti ai cancelli del Lingotto.
Il povero Fausto non si è presentato. Ha annullato e ha comunicato che verrà invece oggi per parlare di Costituzione. Non ce l’ha fatta ad affrontare altri fischi, altri sberleffi. Per la strada stanno sfilando gli stessi dei centri sociali che l’hanno sbertucciato al corteo del primo maggio. In piena crisi d’identità, l’altro ieri ha perfino scritto alla Stampa una lettera per chiedere un po' di rispetto almeno alla sua carriera di 35 anni da sindacalista (anche a Torino e in Piemonte), 12 anni da segretario di Rifondazione comunista, due anni da presidente della Camera.
E invece ieri la piazza di Torino era tutta contro di lui. Vero bersaglio di questo sgangherato corteo, non è tanto Israele quando la sinistra. È presente tutto l’armamentario del centro sociale doc: piercing, capigliature rasta, kefiah, tatuaggi, jeans a brandelli, brufoli e puzzo di sudore. Urlano «Palestina libera», «Vergogna vergogna», «Assassini», chiamano a raccolta i compagni e le compagne palestinesi, ci sono interventi in arabo, in basco (senza traduzione), alzano cartelloni con scritto «Sionismo forma di razzismo e discriminazione razziale» e «Israele non è un ospite d’onore», sventolano bandiere rosse e palestinesi, attaccano adesivi «Boicotta Israele» sulle serrande e sui pali della luce. Ma questo era tutto da programma.
La vera rabbia è per gli ex compagni di strada, i responsabili della catastrofe elettorale. Bertinotti è il catalizzatore di tutti i malesseri: «Bertinotti sei peggio dell’antrace», «Bertinotti venduto», «Fa schifo Bertinotti, non c'è bisogno di commentare altro». «Non è venuto? Speriamo che sia stato per colpa nostra». Ce l’hanno anche con Napolitano. Saltano e fischiano e dall’altoparlante lo speaker della manifestazione urla: «Napolitano razzista, è venuto alla Fiera ed è scappato con la coda fra le gambe perché sapeva di avere torto». «Napolitano è diventato filoisraeliano». Non ricordano - o forse semplicemente non lo sanno - che Napolitano è stato il primo dei dirigenti del Pci a visitare Israele negli anni Ottanta. Non hanno capito neppure la lezione di Mario Capanna che fu il primo ad usare la kefiah palestinese, ma oggi sarà comunque alla Fiera a presentare il suo libro «nonostante non condivida l’impostazione filoisraeliana».
Alla fine non è successo niente, a parte qualche lancio di fumogeni e di bottigliette d’acqua. I negozi hanno tirato giù le saracinesche, nelle strade vicino alla Fiera sono state rimosse le macchine in sosta. Niente scontri e niente violenza. Gli unici a rimetterci sono stati gli editori: il sabato pomeriggio, giorno della maggiore affluenza, è venuta meno gente. Un po' la paura («Hanno descritto Torino come se fosse Kabul» dice Ernesto Ferrero, direttore editoriale della Fiera), un po' l’imponente dispiegamento di forze di polizia che nel pomeriggio ha in pratica blindato la zone del Lingotto, con camionette, blindati e agenti in assetto di guerra.
Per il resto tutto loffio e quasi triste. «Calmi tutti, non siamo qui per confrontarci con la polizia» urla nell’altoparlante uno dei capi, «il nostro obiettivo era arrivare qui per rivendicare la vergogna di questa Fiera. Questa manifestazione è la conclusione di un lavoro di mesi». Se i risultati sono questi, i leader della sinistra radicale hanno di che preoccuparsi.