Macchè James Bond: bassi e tarchiati, ecco vere spie di sua maestà

Un documento degli anni '40 traccia l'identikit degli agenti del controspionaggio

Bassi, tarchiati, udito sopraffino e talento innato a stare immobili, anche per ore, sotto la pioggia o nel caldo più soffocante. Altro che il ginnico James Bond. I servizi di sicurezza interni britannici - ovvero l'MI5 - nel momento del più disperato bisogno, prima e durante la Seconda Guerra mondiale, miravano ad arruolare anonimi tizi della porta accanto, più che estrosi e affascinanti 007 - indispensabili, forse, solo per il servizio segreto estero, l'MI6. Il problema è che la spia vera non era così facile da trovare. Anzi. Il quartier generale dell'MI5 fra gli anni Trenta e Quaranta era preso d'assalto da aspiranti spie che «avevano guardato troppi film» e s'erano fatti un'idea eccessivamente romantica della vita condotta dagli agenti segreti. «Questa è una professione stancante e impegnativa», si legge in una nota scritta all'epoca da un ex agente operativo del B6, la sezione dell'MI5 chiamata a pedinare e tenere sotto controllo individui potenzialmente pericolosi per la sicurezza nazionale. Le sue «confessioni» sono contenute in un faldone risalente agli anni della guerra, emerso dagli Archivi di Stato britannici - i National Archives di Kew Garden - e pubblicato oggi dal quotidiano Independent. «Le spie dipinte dai film thriller o dai romanzi gialli - continua l'anonimo agente - fanno colpo sui non addetti ai lavori, ma in realtà c'è pochissimo fascino e tanta monotonia nel lavoro sul campo». «Un bravo osservatore è una rarit... - mette in guardia l'ex spione -. Dopo anni di inseguimenti, chi scrive si è convinto che agenti si nasce e non si diventa. A meno che il candidato non abbia un'inclinazione naturale per il mestiere, non supererà mai il livello di mediocre». Ecco allora che l'MI5 aveva stilato l'identikit del perfetto aspirante spia: circa un metro e settanta d'altezza, sensi acuti, abbastanza «robusto» da «sopportare il freddo, il caldo e la pioggia durante lunghe ore di appostamento in strada». Era importante poi che l'agente assomigliasse «il meno possibile a un poliziotto» e fosse abile nell'usare «vecchi vestiti, guanti e cappello» per camuffarsi nei quartieri più popolari. Altro colpo al mito della spia viene dall'avversione del corpo per baffi o barbe finte. «Saranno anche considerati fondamentali nei film - si legge nei documenti - ma nella realtà sono facili da individuare, specialmente alla luce dei faretti dei ristoranti, dei pub o della metro». Non sarà dunque una sorpresa scoprire la frustrazione degli agenti nel ricevere decine di richieste «fuori parametro». Come quella di un giovane uomo - coi baffi - che, oltre al curriculum, ebbe la bella pensata d'inviare una sua foto che lo ritraeva, con cappello di feltro ben calcato in testa, spiare da dietro l'angolo di una via. Stereotipi. Anche perchè il mestiere di spia poteva di sovente essere molto più difficile. Uno dei trionfi della sezione B6 venne messa a segno da un agente che, dopo aver pedinato l'attachè navale dell'ambasciata giapponese, lo pizzicò mentre si incontrava con la sua fonte, un ex asso della RAF. I due s'erano dati appuntamento in mezzo a dei cespugli a Ham Common, nel West End di Londra. L'uomo dell'MI5 fu in grado di strisciare dietro agli arbusti, senza essere visto, e riportare così parola per parola la conversazione.