Macché laboratorio A Bologna è disastro: Fli e Udc scompaiono

nostro inviato a Bologna

Nessuno è profeta a casa sua, si dice. Chiedere conferma a Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, due bolognesi illustri che si sono appena aggiunti alla lista degli oracoli mancati. Le loro biografie corrono parallele: entrambi sono dotati di un doppio nome e di un cognome in diminutivo, hanno origini nella prima repubblica (Dc e Msi), guidano partiti minuscoli, fanno o hanno fatto il presidente della Camera, hanno mollato Silvio Berlusconi dopo averci governato assieme. Da ieri Gianfry e Pierferdy sono uniti anche dallo tsunami politico: sono spariti dal consiglio comunale della città che ha dato loro i natali. Zero eletti dell’Udc e altrettanti del Fli nella nuova amministrazione del sindaco-gaffeur democratico Virginio Merola. A Palazzo d’Accursio la bandiera del «terzo polo» sarà sventolata dal solo candidato sindaco Stefano Aldrovandi, il manager che collocò in Borsa la municipalizzata bolognese Hera.
Le virgolette sono d’obbligo per il polo centrista, che in realtà è un’invenzione della strana coppia priva di riscontro nella realtà. Non è che Fini e Casini abbiano lesinato l’impegno in campagna elettorale: l’ultimo giorno sono saliti a braccetto sul palco del comizio conclusivo. E non avevano neppure sguarnito la piazza: Casini vanta l’unico sindaco di Bologna non di sinistra, Giorgio Guazzaloca, mentre Fini conta su uno dei luogotenenti più affidabili del Fli, Enzo Raisi. Per i sopraffini strateghi centristi, le Due Torri sarebbero state il laboratorio dove sancire il patto di ferro Fli-Udc.
Purtroppo per loro, gli elettori non si sono accorti di questo schieramento di leader. La corsa sfiatata di Aldrovandi si è fermata al 5 per cento e il fantomatico «terzo polo» è stato doppiato dai seguaci di Vendola e Grillo, ciascuno con tre o quattro consiglieri comunali. Gli anti-berlusconiani «doc» battono senza storia gli anti-Cav dell’ultima ora.
Ma le acque non sono tranquille nemmeno tra i berlusconiani. Tra Pdl e Lega Nord (che con Manes Bernardini ha sfiorato un clamoroso ballottaggio) ricominciano a volare gli stracci. Il centrodestra ha avuto un anno e mezzo per scegliere il candidato sindaco: Delbono si è dimesso alla fine del gennaio 2010. La decisione è arrivata tra i mugugni 40 giorni prima del voto. Mezzo Pdl non voleva un leghista, mezza Lega (che è commissariata da Rosi Mauro) non voleva Bernardini. Il giovane Cireneo si è caricato il peso e ha superato il 30 per cento.
Ieri però si è tolto i sassoloni dalle scarpe in un durissimo duello a distanza con Filippo Berselli, coordinatore regionale Pdl. Berselli dice che al ballottaggio Bernardini avrebbe perso comunque: «Come indovino non ci prende mai, magari lo rottamassero», è la replica. Aggiunge che la candidatura di un leghista non ha pagato: «Ho guadagnato quattro punti più della coalizione, se il signor Pippo si svegliava prima facevamo un risultato migliore. I suoi “briscoloni” hanno portato a una campagna elettorale di cinque settimane». Qualcuno nel Pdl sospetta che la Lega abbia fatto una campagna contro gli alleati: «Chi lo dice è un bugiardo in malafede. In tutti i manifesti appare il doppio simbolo. E dal Pdl non è arrivato un euro per la campagna elettorale. Abbiamo pagato tutto noi, serenamente e senza rimpianti perché siamo persone serie, non so se altri avrebbero fatto altrettanto».
La Lega ha anche annunciato un ricorso per presunte irregolarità nel voto, come la sparizione delle matite copiative, e per fare chiarezza sulla montagna di schede bianche e nulle. Un pugno di voti tolti a Merola potrebbe aprire le porte del ballottaggio. Pochi mesi fa gli uomini di Bossi criticarono pesantemente l’ex governatore piemontese Mercedes Bresso per i ricorsi contro Roberto Cota. E il Senatùr non ha mai molto apprezzato le intemerate del Cavaliere contro i giudici. Ma ora è il Carroccio a incamminarsi sulla vituperata via giudiziaria alla politica.