«Macché mandante, sono solo un amico del killer»

«Qui ci conosciamo tutti e non credo sia stato Ritorto. Sono a disposizione dei pm. Mio figlio in cella per mafia? È un errore»

nostro inviato

a Reggio Calabria

Sandro Marcianò è l'uomo nero in camice bianco, additato dal pentito Bruno Piccolo quale intermediario di mafia dei mandanti eccellenti del delitto. Lo incontriamo nel corridoio della Direzione Sanitaria del famigerato ospedale di Locri dove - fra appalti sospetti e irregolarità diffuse - lavorano anche le mamme del presunto killer e del presunto autista del gruppo di fuoco. A ridosso della stanza della vedova Fortugno, di fronte a quella del fratello medico del politico ucciso, a fianco la sua, di caposala, pur nella scomoda posizione di accusato dagli investigatori di essere plenipotenziario delle cosche all'interno del nosocomio, Marcianò ci tiene a dire che era «amicissimo» sia della vittima che del presunto carnefice, ovvero Domenico Crea, consigliere regionale della Margherita, primo dei non eletti, mancato assessore alla sanità: «Io a Franco (Fortugno, ndr) gli volevo bene da sempre, idem a Mimmo (Crea, ndr) che, credete a me, non esiste come mandante».
Signor Marcianò, il pentito fa il suo nome e quello di Crea...
«Questo Bruno Piccolo l’avrò visto, forse, una volta al bar Arcobaleno dove sarebbero avvenuti i summit di mafia. Ci presi un caffè. Non capisco perché mi tira in ballo...».
Forse perché suo figlio, arrestato per traffico di droga e armi in un’inchiesta per mafia, sarebbe stato molto amico di Salvatore Ritorto presunto killer di Fortugno. E aggiunge che il suo primogenito Giuseppe lavorava attivamente nella segreteria politica di Crea. Due più due.
«Allora. Questo Ritorto lo conosco pure io, posso dire che oltre essere un grande amico di Giuseppe è anche amico mio. Conoscevo anche gli altri arrestati, certo, solo perché qui ci conosciamo tutti ma non è che con ognuno mi corico a letto la sera. Li conosco, ci parlo, così. Ritorto l’ho visto prima del delitto, l’ho accompagnato dopo la morte di Franco a fare dei controlli perché aveva avuto un incidente, sempre tranquillo. Non immaginavo che potesse essere coinvolto, e ancora faccio fatica a immaginarmelo che prende e spara. Quanto a Crea è vero che mio figlio ci ha lavorato, per sei mesi, in occasione dell’ultima campagna elettorale. E allora? Io pure mi sono speso per fargli avere i voti, come in precedenza avevo fatto per Fortugno».
Alla fine chi ha votato, Fortugno o Crea?
«Per la Margherita. E per Crea, che a Locri ha preso 237 voti».
Suo figlio in carcere per mafia. Di cosa lo accusano?
«Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, povero ragazzo. Una microspia in un’auto ha registrato un’altra persona mentre parlava di armi e droga. Mio figlio l’ho educato bene, so che non c’entra niente, è stato solo sfortunato».
Sfortunato anche a conoscere il presunto killer di Fortugno che secondo la procura, dopo il delitto, s'è comprato una Bmw e ha speso una fortuna per rifare tutta casa?
(Sorride). «Ricco Salvatore? Ma se ha preso gli arretrati della pensione del padre, l’assegno di accompagno per l’invalidità, un po’ di spiccioli di un’assicurazione: in tutto 18mila euro. Lo so perché gli ho sbrigato io la pratica. La macchina, di quarta mano, gliel'hanno praticamente regalata. E i lavori, poi. Una sciocchezza. Ma l'avete visto il palazzo?».
Dicono che lei è una sorta di boss in ospedale. Che decide assunzioni e promozioni, e quindi appalti...
«Io? Se ero un boss delle assunzioni mi spiega perché ho ancora a spasso i due miei figli grandi? Sono entrambi disoccupati. Lavoro qui da trent’anni, non ho mai sgarrato, non ho precedenti, vado a pranzo con tutti, poliziotti, politici, gente comune, con tutti. (Passa il fratello di Fortugno, si salutano, ndr) Ho la coscienza a posto. Scriva pure che sono a disposizione dei giudici».
Dicono che non andava d'accordo con la vedova Fortugno.
«Falso! Da anni lavoriamo d’amore e d'accordo. Sono sicuro che, conoscendomi, non crederà mai a queste squallide illazioni».
Che idea si è fatta dell’omicidio?
«È inspiegabile. Franco era un bravo ragazzo, l’ultima persona che pensavo potessero uccidere così».
Ammazzato come un cane, per dirla con la voce intercettata di un amico del figlio.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it