"Macché Marte, è l'Oceano il vero pianeta sconosciuto"

"Le profondità sono l'ultimo luogo inesplorato". Ma lo scrittore-regista non ha dubbi: "Il luogo migliore è la montagna, emoziona e fa paura"

«Da bambino, negli anni Trenta, non facevo altro che vivere fra persone che avevano fatto la Grande guerra. I loro racconti mi impressionavano. Non erano tanto racconti di mio padre, che è morto quando avevo dieci anni, quanto dei suoi amici, che sono stati molto vicino a me. Poi, quando ho girato L'Italia dal cielo, una serie che è cominciata esattamente cinquant'anni fa, volando sopra il Veneto e il Trentino ho notato che le fortificazioni erano ancora molto visibili. A un certo punto ho riunito tutti questi ricordi in un documentario per la Rai, sugli animali nella Grande guerra, e ora in questo libro...». Folco Quilici è nel salotto di casa sua a Roma, a due passi da viale Mazzini, circondato da statuine, coralli, fotografie, libri, quadri, e il suo cane Lenticchia. Il mare, la natura, la storia, il Mediterraneo, le civiltà. Nella sua produzione sterminata di documentari, film, saggi, romanzi, programmi tv e fotografie, a 86 anni ha appena scritto un nuovo libro, Umili eroi (pubblicato da Mondadori), che racconta le storie dei milioni di animali che hanno combattuto insieme ai soldati durante la Prima guerra mondiale.

Perché proprio gli animali nella Grande guerra?

«Perché gli studi sull'argomento sono stati una svolta nel riconoscimento del rapporto fra l'uomo e gli animali. Non che la barbarie in assoluto sia finita, basta vedere che cosa fa l'Isis con gli scudi umani; ma prima era estesa a tutti gli animali indistintamente».

Non c'era considerazione?

«Nessuno si è fatto problemi a uccidere mezzo milione di cavalli o un milione di piccioni durante la guerra. E sono stime approssimative, perché degli animali non fregava a nessuno, in questo senso».

Parla di animali e li difende, ma non con toni da ambientalista.

«Ambientalista certamente no: sono aggettivi belli, ma un po' scaduti...».

È vegetariano?

«No. Ho una nipote vegetariana».

Che cos'è il rispetto della natura?

«Un fatto culturale, che riguarda anche il paesaggio. È un amore generale per il mondo che ci sta intorno, anche quello costruito da noi».

E tutti i convegni, i protocolli?

«Ho abbastanza anni da non dover sapere se serviranno. Sa, tra i primi a fare battaglia per l'ambiente eravamo in quattro gatti».

Chi c'era?

«Pannella. Mi candidai con lui. Dicevano che fosse una battaglia dei borghesi e dei ricchi. Ora ha preso piede, ma deve guarire dalla retorica».

Quale retorica?

«Quella che la lega alla politica. Deve diventare più scientifica».

Vede differenze rispetto al passato?

«Un paio di anni fa ho rivisto l'Italia dall'elicottero: rispetto a 50 anni fa, il 99 per cento del nostro paesaggio è rimasto lo stesso, anzi il verde è aumentato, e non di poco».

Un dato positivo.

«Sì. È così da noi, in Germania e in Francia, ma non in Paesi in grande trasformazione come la Cina e l'Africa, dove l'abbattimento delle grandi foreste è uno dei danni maggiori».

Esistono ancora luoghi esotici?

«Esotici tanti, inesplorati poco o nulla. Corriamo verso Marte, ostinatamente, e ci sarà un motivo, che vorrei scoprire; e non ci occupiamo delle profondità del mare, che sono da sempre inesplorate, sconosciute, e delle quali si parla pochissimo».

Sono l'ultima zona da esplorare?

«Di recente hanno trovato uno squalo gigante sotto i duemila metri, praticamente cieco. I grandi fondali sono una parte ancora intatta».

Come ha iniziato a girare documentari, alla fine della Seconda guerra mondiale?

«Fin da bambino avevo l'idea di fare cinema e di usare la macchina per filmare. Non vedevo spesso mio papà, ma ricordo benissimo quella volta in cui mi portò a vedere L'uomo di Aran, al Cinema Nuovo di Ferrara. L'ho rivisto da poco in un programma e lo ricordavo ancora benissimo».

E poi?

«Poi, dopo la guerra, volevo vedere il mare. La mamma mi diede le sue poche riserve di denaro per una attrezzatura per andare sott'acqua. Andai da Dentice a Roma, un negozio di pesca: c'era un angoletto con le cose subacquee e lì comprai la prima maschera».

E dove andò sott'acqua?

«A Levanto in estate, dallo zio Marino, veterinario. Avevo sedici, diciassette anni. Un americano mi prestò le pinne. Poi Bruno Vailati pensò di fare un film subacqueo e mi portò sul Mar Rosso, nella prima spedizione al mondo, due anni prima di Cousteau».

Con quale incarico?

«Disse: Qualche documentario. Io lavorai con grande impegno e fatica: filmavamo, filmavamo... In teoria non ero neanche il regista, ma mi aiutò un grande montatore, Mario Serandrei».

Che cosa fece?

«Si mise lì con me, che ero un ragazzino e alla fine feci questo film, Sesto continente, che poi andò a Venezia e cambiò la mia vita».

Vinse il Premio speciale della Mostra del cinema.

«Ricevetti sei o sette proposte, una fantastica anche dagli Usa. Ma qualcuno mi consigliò di rifiutarle tutte. Accettai di fare l'aiuto regista in un film orribile in Africa, e ho imparato molto di quello che non si deve fare, e di come si organizza un film».

Che difficoltà c'erano allora?

«Il difficile era che noi non vedevamo niente. Oggi la telecamera ti fa vedere tutto quello che hai girato e, se non va bene, lo rifai. Allora lo rifacevi dieci, dodici volte: se eri a Roma due o tre giorni dopo, ma se eri in India, in Africa o in Sudamerica...».

Come facevate?

«Per esempio per Ti-Koyo il pescecane, un film complicato, scritto da Italo Calvino, e che forse è quello che ho amato di più, non ho visto niente del girato: stavamo in una isoletta del Pacifico dove arrivava un aereo ogni quindici giorni, spedivamo tutto in Italia. Lì per lì ero spaventato».

E poi come andò?

«Serandrei mi rassicurò: È tutto bellissimo. A Calvino era piaciuto. Accettò anche che un poeta bolognese, Augusto Frassineti, rivedesse i dialoghi. Avevo girato due finali».

Perché due finali?

«Avevo girato quello scritto da Calvino, in cui il pescecane viene ucciso e il ragazzo riparte per la sua isola. Però dovevamo aspettare l'aereo per quindici giorni: avevo tempo, così ne girai un altro, in cui lo squalo si salva».

E quando tornò?

«Quando tornai Goffredo Lombardo volle vedere il film. All'inizio era entusiasta, ma poi nel finale si alzò e iniziò a insultarci: Siete dei pazzi. Gli dissi: Questo è il copione. Io però ne ho fatto un altro. Il giorno dopo glielo feci vedere e ci baciò, ci abbracciò».

Come erano quegli anni '60?

«Erano anni molto belli del cinema, pochi li hanno visti nella prospettiva giusta. Tutti alla ricerca del primo film di Antonioni, di Pasolini e nessuno che guardasse la produzione commerciale di un certo livello, che si faceva. Dopo la Francia, in Europa eravamo i migliori esportatori di cinema».

Che rapporto aveva con Fellini?

«Eravamo molto amici. Una volta andai da lui a Cinecittà e gli confidai che, se non avessi visto il suo primo film, avrei voluto fare dei film come i suoi, ironici, con storie minime che diventano straordinarie. Ma aveva già fatto tutto lui... Sarebbe stata una imitazione».

E con Cousteau?

«Zero rapporti. È stato un grande organizzatore con soldi altrui. Il primo a fare, anzi a far fare, delle bellissime riprese sott'acqua: aveva tutti i soldi che voleva, una nave gratuita, un oriundo italiano che filmava, cosa che lui non faceva. Ha fatto due-tre primi film molto belli, poi gli ultimi non li ha visti nessuno tanto erano noiosi».

Eravate in competizione?

«No, Sesto continente è stato il primo film subacqueo al mondo. E poi una volta in cui lo incontrai fu molto antipatico con mia moglie Anna, le disse che le donne hanno un rapporto sbagliato col mare».

Come ha fatto a girare tutti quei film e quelle decine e decine di documentari, e a scrivere così tanti libri?

«Chi lo sa. Mi sono molto divertito in questo lavoro. Il cinema e lo scrivere, per me, non sono mai state due cose separate».

Il viaggio che ricorda di più?

«Il primo in Polinesia, sia per l'esperienza umana, sia per il film che girai, L'ultimo paradiso. Un lavoro di un anno».

In vacanza dove va?

«Sempre in mare, con una barca piccolissima. Ho fatto così tanti lavori nel Mediterraneo, l'ho girato tanto e ne ho visto ancora pochissimo».

Ma da piccolo che cosa sognava di fare?

«Il giornalista come mio padre. Durante la guerra, in un tema scrissi che immaginavo di essere giornalista e di girare il mondo».

Che libri leggeva da ragazzino?

«Eravamo sfollati in una casa in Alta Val Brembana dove mio padre aveva lasciato dei libri: molti erano di viaggi, amavo quelli di Cesco Tomaselli, bravissimo coi cacciatori di balene».

E i classici?

«Salgari, Verne, Moby Dick li ho letti solo più avanti. Avevo un atlante meraviglioso che mio padre aveva portato dall'America: cercavo disperatamente i luoghi che nominava Salgari. Avrò avuto 12 anni. Per me era normale sognare di viaggiare, perché i miei viaggiavano molto».

Che ricordi ha di suo padre Nello, direttore del Corriere Padano e amico di Italo Balbo?

«Per me è stato una figura più mitica che concreta. Aveva poco tempo da dedicarmi, tornava sempre molto tardi dal giornale. È diventato concreto per merito dei suoi amici, che mi presero sotto tutela».

Chi erano gli amici di suo padre?

«Antonioni, che era amico di famiglia e suo allievo al giornale, e che mio padre aveva aiutato a lavorare a Roma. Giorgio Bassani, amico di mio fratello maggiore Vanni. Era sempre in giro per casa».

Che cosa diceva?

«Bassani era pieno di consigli. Antonioni invece no: salutava e diceva otto parole in dodici ore. Era un'amicizia silenziosa».

Ha dedicato un libro all'incidente aereo di Tobruk, in cui suo padre morì con Balbo. Perché?

«Per anni sono proseguite delle leggende immotivate su che cosa fosse successo, il perché e il per come di quel volo di Balbo che è finito con la caduta di Tobruk. Ho sentito tutte le versioni, ricordavo tanti discorsi...».

E che cosa ha concluso?

«Fu un incidente, assolutamente. Noi oggi non riusciamo a immaginare la confusione che c'era in quel momento, quando l'aereo passò sulla baia: avvenne tutto in pochi secondi e, all'ultimo, la mitragliatrice l'ha colpito».

Come si definirebbe?

«Scrittore mi piacerebbe. Non fosse diventata una brutta parola, raccapricciante, documentarista. Ma è come dire assassino: è diventata una categoria deprimente».

Perché ha viaggiato così tanto?

«Perché ho cominciato subito. Quando andai sott'acqua la prima volta, dopo la guerra, nell'estate del '45, non mi piacque soltanto: capii che lì nessuno aveva mai scattato foto, e filmai. Poi, con l'amico milanese Achille Bolla, che aveva i soldi, comprammo una macchina fotografica e andammo in Sardegna: girammo l'isola in tenda, mangiavamo il pesce che pescavamo. Feci delle brutte riprese, però le avevo fatte».

E sua moglie che dice di tutti questi viaggi?

«Ho avuto due mogli. La prima, una pittrice, era interessata solo al suo lavoro. Poi in Somalia ho incontrato Anna. Per fare piacere alle nostre mamme ci siamo sposati. Comunque lei è sempre venuta in viaggio con me, ha scattato moltissime fotografie».

Il simbolo della natura?

«C'è un essere che vive in tutte le forme vegetali, è grande meno di un millimetro ed è meraviglioso: sembra un extraterrestre, è senza orecchie e corazzato. Può dormire per quattro anni di fila. Credo che la sua bravura sia non fare niente».

Ha un luogo preferito?

«Devo dire... Il paesaggio che amo di più non è il mare, è la montagna».

Ma come la montagna?

«Il mare è sempre lo stesso: scoglio o spiaggia, agitato oppure calmo. Ma in montagna vedi certi giochi di luce, certe scene di bellezza dall'alto, sulle Dolomiti. Un'emozione e anche una paura uniche».

Paura?

«Una volta ci sono caduto in mezzo con l'elicottero. Si era spento il motore. Per fortuna siamo scesi su un praticello: non ci siamo fatti niente, neanche un graffio».