Macché Milano razzista In città è straniera un’impresa su quattro

«Razzista mi? L’è lu che l’è negher». L’infelice battuta in dialetto ha forse più di cinquant’anni, quando gli immigrati erano i meridionali, i terrun, e per le strade tutti si voltavano se passava uno straniero di colore, non ne avevano mai visto uno. Curiosità, mica xenofobia. Ed è sempre stato così in questa grande città, che a chi arrivava poteva pur sembrare strana, ma che ha sempre tenuto le porte aperte per tutti. Anche nei momenti più difficili, quando i lunghi treni della speranza scaricavano in Stazione Centrale migliaia di persone arrivate dal Sud, chiamate dalle grandi fabbriche della periferia, e la città ancora non era preparata all’invasione.
Inutile nasconderlo, sono stati anni di tensioni tra due realtà diverse costrette a convivere insieme. Poi la frizione dell’abitudine ha fatto abbassare la guardia a chi ci stava già da prima e a chi aveva abbandonato la propria terra per trovare un lavoro. Razzismo, proprio per quello che aveva significato solo pochi anni prima, era una parola bandita dal dizionario della quotidianità. Sì, c’erano le prese in giro, le barzellette, gli sfottò di una Milano un po’ sospettosa nei confronti di quelle famiglie che coltivavano il basilico e il prezzemolo nel bidet. Ma niente a che vedere con le porte sbarrate della vicina Torino che voleva braccia per il boom della Fiat e allo stesso tempo non affittava case ai meridionali.
Ma Milano no. Come una piccola America ha sempre accolto chi aveva voglia di lavorare e comportarsi bene, offrendo ai mangia polenta e ai terrun le medesime opportunità. Lo testimonia la storia di tante famiglie di emigranti diventate importanti e pure ricche negli anni, di generazione in generazione. E che ora alla parola integrazione rispondono con un sorriso: non ci sono mai stati problemi.
E la storia s’è ripetuta nell’ultimo decennio, quando è cominciata l’altra invasione: quella degli extracomunitari. Ancora una volta, Milano ha aperto le porte, avanti c’è posto. Parlano i numeri: gli stranieri regolari, con permesso di soggiorno e posto di lavoro, oggi sono 175.828 (nel 2001 erano 91.989), mentre il numero dei milanesi è sceso a 1.121.884. Facendo le più elementari operazioni aritmetiche, si capisce che sono quanto mai stonate le voci di chi parla e scrive di una Milano razzista.
Si può chiamare xenofoba una città che ha offerto a 12.681 stranieri l’occasione di aprire un’attività, dal piccolo laboratorio alla media impresa? Nella Milano che lavora, che un quarto (24%) delle ditte individuali sia intestato a stranieri, significa che la politica sociale e quella del mercato non prevedono barriere e steccati per nessuno. Dati facilmente reperibili a tutti, ma che ovviamente devono essere sfuggiti agli editorialisti dei quotidiani che ieri hanno trascinato un tragico quanto banale delitto in prima pagina per titolare «Odio razzista, ucciso ragazzo a Milano» (l’Unità), «Milano, “Sporco negro”: giovane ucciso a sprangate» (la Repubblica), «Non mandava giù gli insulti razzisti» (Corriere della Sera).
Così, per colpa di due balordi - con precedenti penali - che hanno massacrato con un colpo di spranga Abdoul Guibre, 19 anni, a tutti gli effetti cittadino italiano, Milano diventa all’improvviso una città razzista, una città dove chi arriva da lontano e ha la pelle di un colore diverso deve nascondersi per riuscire a salvarsi. Sotto accusa, la città, deve difendersi da quanti incivilmente sono saltati sul cadavere unicamente per zozzi e vergognosi fini politici. Da quanti meschinamente confondono la sicurezza con la xenofobia.
Certo, Milano chiede più sicurezza. Ma perché nessuno ha scritto che ospita suo malgrado oltre centomila clandestini e diecimila rom? Fosse davvero razzista, questa città, di morto ce ne dovrebbe essere almeno uno al giorno, chissà quanti poi i pestaggi e le battaglie tra bianchi e neri. Invece, ci si attacca a un fatto di cronaca nera per trasformarlo maldestramente in arma politica: sicurezza e razzismo sullo stesso piano. E il gioco è fatto.
Ovviamente non c’è spazio per la Milano buona, che ospita, accoglie e aiuta anche chi non è in regola. Anche qui, troppa fatica a scartabellare tra le carte del Comune. Che Palazzo Marino abbia investito 4.775.427 euro soltanto per tentare di risolvere il problema dei rom, per cercare di dare una sistemazione dignitosa a quei nomadi che da anni non si muovono dalle porte della città, ovviamente è sfuggito ai nobili commentatori che vorrebbero infilare un cappuccio nero in testa a chi governa la città. E magari dipingergli pure tre K sul petto.
Ma Milano non è quella che trovate sulle pagine dei giornali. Ma quella che ha appena fatto assumere 103 stranieri grazie a un progetto comunale, che ha speso 700mila euro per progetti scolastici per i bimbi stranieri, che ha organizzato i centri estivi per i figli dei nomadi e che, addirittura, s’è fatta garante con l’Aem per 216.693 euro per evitare che venisse tagliata la luce a chi non ha pagato le bollette.
Milano razzista... Solo quest’anno sono stati celebrati 817 matrimoni misti, che pochi non sono, che da soli testimoniano che la parola integrazione in questa città è un problema che dalla fine della guerra ad oggi è stato risolto. Per chi lavora e si comporta secondo le leggi.