Macché omofobia, gay condannati per oscenità

RomaUn bacio, secondo loro. Un rapporto sessuale, secondo i carabinieri che li fermarono quella notte d’estate di quattro anni fa vicino al Colosseo.
Ieri il giudice monocratico della X sezione penale di Roma ha creduto più ai militari che a Roberto L. e Michele F., i due omosessuali che sono stati condannati a due mesi di reclusione con l’accusa di atti osceni in luogo pubblico. Pena, peraltro subito convertita in una multa di 2280 euro, contro la quale l’avvocato dei due imputati, Daniele Stoppello, ha già annunciato ricorso. L’incidente a luci rosse accadde nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2007 sulle scale che conducono al Colosseo: un luogo simbolo non solo della città eterna ma anche della comunità omosessuale, che lì a due passi, in via San Giovanni in Laterano, ha la sua «gay street».
Roberto, romano oggi 32enne, e Michele, leccese di 38, stanno scambiandosi alcune effusioni protetti dall’oscurità. A pochi metri da loro i carabinieri a bordo di un’auto con un lampeggiante acceso li notano e non hanno dubbi: quello non è un bacio, ma un rapporto orale. Quindi intervengono, fermando i due, che poi accuseranno i militari di un comportamento e un linguaggio entrambi «inappropriati».
Il caso suscita un certo scalpore, la vicenda finisce sui giornali, la Procura apre un’indagine. Che conduce alla sentenza di ieri, con la quale il giudice Cristina Scipioni ha accolto solo in parte le richieste del pubblico ministero Pietro Pollidori, che aveva chiesto tre mesi. «Se c’è reato - la tesi dell’accusa - i due imputati vanno condannati, altrimenti i carabinieri devono cambiare mestiere. Ma perché due militari avrebbero messo a repentaglio la loro carriera per affermare un qualcosa che si è ritenuta falsa?».
Una logica che evidentemente deve aver convinto il giudice più di quella, uguale e contraria, della difesa, secondo cui «è inverosimile che nessuno dei due imputati possa non essersi accorto della presenza dei militari, visto che l’auto di servizio si è fermata a distanza di 4-5 metri, con lampeggianti e fari segnalatori accesi, dal luogo in cui erano in quel momento». A suo tempo la Procura respinse di acquisire i filmati registrati dalle telecamere di sicurezza molto numerose in quella zona ad alto tasso turistico. «Ci si è voluti fermare a quanto affermato dai carabinieri», accusa Stoppello. Deluso Roberto, il giovane che avrebbe «beneficiato» delle attenzioni particolari del compagno: «Non ha alcun fondamento di verità quanto detto in dibattimento, tenuto conto che, pochi giorni prima di quell’episodio, avevo subito un delicato intervento chirurgico e portavo una calza elastica che rendeva fisicamente impossibile ciò che ci è stato attribuito».
Contro la sentenza si schiera anche Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, che adombra una possibile persecuzione degli omosex: «Ricorreremo sicuramente in appello, sperando che la magistratura non voglia far passare semplici manifestazioni di affetto o baci di una coppia gay come atti da sanzionare. Le sentenze si rispettano, ma se ci si trova di frotne, come in questo caso, a un evidente errore si contestano».
La sentenza arriva proprio nel giorno in cui prende avvio la campagna nazionale di Arcigay contro le discriminazioni verso gli omosessuali, che culminerà il 17 maggio nella giiornata internazionale dedicata alla lotta contro l’omofobia: quel giorno in 50 città italiane saranno affissi 15mila manifesti che raffigurano baci gay al maschile e al femminile.