«Macché partito, tuteliamo chi produce»

Il numero due degli industriali Ettore Artioli: «Le nostre previsioni sull’economia non sono influenzate dal presidente»

da Roma

Vicepresidente Artioli, Confindustria si sente un «partito politico» come ha detto il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa?
«Ieri si lamentava il centrodestra, oggi il centrosinistra. Noi ci comportiamo in maniera coerente al mandato di rappresentanza degli interessi degli imprenditori italiani. Si tratta di un’associazione composta da 110mila aziende che danno lavoro a oltre 4 milioni di lavoratori e che incide sul pil e sul gettito fiscale. Tutto questo ci spinge non solo alla tutela dell’interesse specifico ma anche a discutere le scelte che hanno riflessi sull’economia».
Non è un’istituzione che «incarna solo una delle tante rabbie particolari», per dirla con Repubblica?
«Noi ci attiviamo per stimolare nuove politiche per le imprese. Non ci interessa entrare nel merito di questioni di politica generale. Per quanto riguarda le riforme, ci occupiamo di quelle da cui consegue un risvolto economico. Della riforma elettorale ci interessa che garantisca stabilità decisionale. Nonostante il sistema-Confindustria incida sulle entrate, continuiamo a supportare qualsiasi iniziativa per una contabilità trasparente. Lo stesso facciamo su lavoro nero e sicurezza. Noi non siamo scesi in piazza contro la tracciabilità».
Eppure Padoa-Schioppa avrebbe evidenziato che le previsioni del Centro studi Confindustria (CsC) sono un modo per dare sfogo a una base che non gradisce il governo Prodi.
«Il professor Padoa-Schioppa, ora ministro, ha sempre seguito con attenzione i dati del Csc che hanno una tradizione ventennale e che sono serenamente attendibili. Ci piacerebbe essere smentiti da dati migliori. La storia ci insegna che le nostre previsioni non sono influenzate dagli imprenditori o dai presidenti di turno».
Anche il presidente della Camera Bertinotti ha rilevato che in Finanziaria ci sono molti provvedimenti a favore delle imprese, a partire dal cuneo fiscale per finire con Tfr, mobilità e rottamazioni.
«La riduzione del costo lavoro è tale ma siamo sempre su un piano inferiore ad altri Paesi europei. Le imprese sopra 50 dipendenti si sono fatte carico di sostenere lo scippo del Tfr. Vi sono microrottamazioni a vantaggio dei cittadini in termini di riduzione dell’inquinamento. Certo, ne beneficiano le industrie e tra queste anche quella automobilistica, ma quella mondiale e non solo quella italiana. E poi ogni provvedimento si può interpretare come a vantaggio di una lobby o della collettività. Mobilità? Incide poco. È un cuscinetto per le trattive sulle ristrutturazioni».
Il sottosegretario all’Economia Grandi ha parlato della necessità di «ripensare» le misure di sostegno se pil e competitività non dovessero crescere adeguatamente. Un intento punitivo.
«L’aspetto punitivo lo lasciamo ai castigatori. Noi vogliamo che l’economia cresca perché ne beneficiano tutti. La politica economica non si rinnova più dagli anni ’80, mentre i Paesi G8 aiutano i settori ritenuti strategici per le possibilità di crescita sui mercati globali».
Anche lunedì scorso il presidente Montezemolo ha rilanciato il patto per la produttività. La Cgil sulla flessibilità non sembra disposta all’ascolto.
«Il patto e la flessibilità non sono due lati della stessa medaglia perché il sistema-Confindustria dà lavoro a tempo indeterminato al 95% dei propri dipendenti. Certo, i polmoni di flessibilità ci interessano, ma ogni ragionamento non può limitarsi a questo aspetto. Il problema è mettersi insieme per rendere di nuovo competitivo il sistema produttivo italiano. Anche Israele ci ha superato».
A proposito di flessibilità, il governo nel complesso è orientato a stabilizzare i lavoratori atipici: dagli statali ai call center ai co.co.pro.
«Si va nella direzione opposta a quella auspicata: consolidiamo certezze di spesa pubblica senza che si capisca quali migliori servizi avranno cittadini e imprese».
Avreste accettato il taglio del cuneo se fosse stato chiaro che sul fronte del lavoro sarebbero state queste le politiche?
«Noi non siamo chiamati a stipulare un contratto ma siamo chiamati a dire quello che è utile. Siamo parte interessata affinché lo Stato alleggerisca sia il debito pubblico sia le piccole Iri che sono cresciute negli ultimi anni sottraendo spazi ad aziende private».
Siete fiduciosi sulla riforma delle pensioni?
«Non si può non farla».
Lo scontro con il governo è iniziato sui casi Telecom, Autostrade-Abertis e Alitalia. Non sapevate che il centrosinistra è interventista?
«Si tratta di settori strategici anche se il nostro auspicio è sempre quello di lasciare spazio al mercato».