«Macché precariato: nella mia azienda la flessibilità ha dato posti fissi a tutti»

In Friuli la Fadalti ha ingaggiato 24 persone con forme previste dalla legge 30. «In pochi mesi sono diventati a tempo indeterminato»

Stefano Filippi

nostro inviato a Sacile (Pordenone)

Quelli che vogliono cambiare la legge Biagi, perché sarebbe soltanto una fucina di precari, dovrebbero mettere in agenda una visita alla Fadalti di Sacile, entroterra lagunare a cavallo tra il Veneto e il Friuli. Un’azienda che opera nel settore della casa, che fattura 100 milioni di euro (si punta a 120 milioni nel 2006) con una crescita vigorosa negli ultimi anni, che dà lavoro a circa 400 persone. Un anno e mezzo fa, alla fine del 2004, i dipendenti erano 307 e adesso sono 380 (più 25 per cento), cui si aggiungono i 20 della consociata di Zagabria. Con una particolarità: tutti gli assunti a tempo determinato ora lavorano a tempo indeterminato. Il presunto precarificio in realtà è una fabbrica di posti fissi.
«Le eccezioni sono pochissime e soltanto perché gli interessati se ne sono andati di loro volontà», spiega l’amministratore delegato Alvise Faotto, un manager veneziano che sta pilotando l’azienda di successo in successo. Fondata a metà degli Anni 60 da Marco Orfeo Fadalti come piccola impresa edile con appena sette dipendenti, oggi la società produce prefabbricati per l’edilizia e commercia materiali per la casa (dai termosanitari agli infissi, dalle piastrelle al parquet, dai cartongessi agli infissi, e via dicendo) in 24 grandi punti vendita collocati tra Veneto orientale, Friuli Venezia Giulia e Zagabria.
L’ultima apertura, quella di cui Faotto va più orgoglioso, è nella sua Venezia, in Campo San Lio, a pochi passi da Rialto verso piazza San Marco. «I veneziani hanno la necessità di vivere bene nella loro città - spiega -. Venezia è stata quasi svenduta ai turisti, invece bisogna intervenire per evitare l’emigrazione sulla terraferma».
Lo show room di San Lio è anche il simbolo della strategia aziendale: mentre tutti vanno a cercare i mercati stranieri, ecco un imprenditore che investe nella propria terra. «Mentre tutti parlano di un Paese in declino, noi investiamo in Italia. E contro la retorica del precariato dilagante e dell’eccessiva flessibilità, noi dimostriamo che la legge Biagi è un’ottima legge che agisce nell’interesse dell’azienda e anche del lavoratore».
Soltanto nel 2005 la Fadalti ha assunto 43 persone: 19 a tempo indeterminato (età media 38 anni), 10 a tempo determinato (età media 37 anni) e 14 apprendisti (età media 20 anni). Questi 24 «contratti Biagi» sono tutti diventati contratti definitivi.
«La legge Biagi funziona - dice Faotto -. È un vantaggio per tutti: all’imprenditore consente di testare le persone, di investire su di loro valutando capacità e voglia di fare; ai lavoratori garantisce la libertà di mettersi alla prova ed eventualmente anche di andarsene, se il lavoro o la paga non sono quelli sperati, oppure se preferisce cogliere altre opportunità. Non abbiamo licenziato nessuno, chi nel 2004 è andato via l’ha fatto per scelta propria perché noi l’avremmo confermato. L’azienda punta molto sulla formazione del personale, il nostro interesse non è creare precari ma coinvolgere professionisti seri e inserirli in un ambiente qualificato. La legge Biagi non significa sfruttare i lavoratori temporanei ma investire sul cosiddetto capitale umano». I rapporti con i sindacati? «Nessun problema, mai uno sciopero». Anche se poi chiedono al governo di modificare la legge Biagi? «Qui condividono le scelte aziendali».
Bisogna entrare anche in queste realtà per capire come mai il Nord volta stabilmente le spalle al centrosinistra. «Le discussioni se tenere o modificare la legge lasciano il tempo che trovano - dice Faotto -. Bisogna attuarla bene, spiegare che la Biagi va usata come strumento per investire sulle persone. Le condizioni economiche generali incidono, poi però siamo noi imprenditori gli artefici delle nostre fortune o del nostro insuccesso, con le nostre doti, la voglia di fare, il gusto della sfida. Ho molto apprezzato Silvio Berlusconi a Vicenza e il suo invito a rimboccarsi le maniche. Meno riunioni tra industriali e mettersi a lavorare senza piangersi addosso».