"Macché razzismo, gli inglesi temono solo di perdere il lavoro"

Il manager: "Mai avvertito diffidenza verso noi italiani. Il vero
bersaglio è il governo, come sempre accade quando l’economia va male"

«Londra non reagisce. Londra quasi non si è accorta che nel resto del Paese c’è qualcosa che non va. Perché Londra è come New York, è un’isola felice, vive lontana da certi movimenti, Londra è una realtà internazionale che finisce per filtrare quello che le accade intorno». Flavio Briatore smorza i toni della protesta dei lavoratori di Grimbsy. Li smorza ma li giustifica, li ridimensiona e li spiega. Da italiano in Inghilterra, da ex immigrato alla ricerca di spazio e di affermazione a manager affermato e riconosciuto, ha il termometro dell’isola britannica, da oltre vent’anni manager e dirigente prima della Benetton poi della Renault, per la scuderia di Formula 1, nell’azienda di Enstone.

«Nella nostra fabbrica il cinquanta per cento dei lavoratori è britannico il resto arriva dall’estero ma non ho avvertito mai nessuna forma di xenofobia, di protesta violenta e clamorosa».

Eppure gli inglesi, il loro “superiority complex”...
«Sì, qualche battutina, le solite da repertorio. Ad esempio qualcuno dei nostri si è lamentato e ancora si lamenta per la qualità del cibo nelle mense. Sapete che cosa rispondono gli inglesi?».

Che cosa?
«Che loro mangiano per vivere mentre noi italiani viviamo per mangiare. Tutto qui».

A parte le battute di spirito, in questi ultimi giorni la situazione si è fatta critica, i lavoratori di Grimbsy e degli altri centri, per solidarietà, chiedono garanzie, sono pronti a marciare anche sulla capitale...
«Il momento è critico e lo so bene. L’industria motoristica è in evidente difficoltà, le grandi fabbriche, la Nissan, la Jaguar, la Ford hanno provveduto a licenziare molte persone, c’è paura, in alcuni casi disperazione e per questo gli avvenimenti della Total di Grimbsy hanno una spiegazione».

Si torna indietro di trent’anni?
«Lo ripeto, il momento è critico ma in tutto il mondo e poi c’è una parte dei cittadini britannici che stanno scoprendo oggi che cosa sia la povertà».

A chi allude?
«Ai lord che avevano affidato tutto ai Lloyds e adesso sono senza soldi, anche perché non hanno mai lavorato in vita loro. E se non produci la tua vita si complica».

Nemmeno lei, dunque, ha mai avvertito il senso di diffidenza nei confronti degli stranieri, di noi italiani in particolare?
«Quando arrivai in Inghilterra entrai in un settore fortemente radicato e consolidato nel Paese, quello dei motori. Per qualche settimana ci fu sorpresa, qualche sorrisino ma il mio ruolo era di gestione, diciamo manageriale, ero io che dovevo decidere. Poi hanno parlato, per fortuna, i fatti. Ma non c’è mai stato astio e nemmeno diffidenza».

Qualcuno sostiene che la protesta partita da Grimbsy abbia un solo obiettivo: Gordon Brown, la sua politica, il suo slogan elettorale «Il lavoro britannico ai britannici».
«Anche questo mi sembra naturale, normale. In qualunque parte del mondo se l’economia entra in crisi chi è il bersaglio delle critiche? Il governo. E Gordon Brown sa benissimo che la protesta di Grimbsy non riguarda soltanto l’Inghilterra e il Regno Unito ma tutto il resto del mondo del lavoro».

Finito il tempo degli «spaghetti» e del «mandolino»...
«Loro dicono italian job e ci mettono dentro tutto, ma hanno molto rispetto per noi, la moda, la buona cucina, il football, i motori. Ma a Grimbsy non c’è razzismo ma soltanto la paura di svegliarsi e di non avere più un posto di lavoro e non per colpa degli italiani».