"Macché razzismo, qui abbiamo tutti le stesse paure"

Le voci degli immigrti di brembate. "Io marocchino, i miei colleghi bergamaschi: finora nessuno ci aveva mai nemmeno fatto caso"

nostro inviato a Brembate di Sopra (Bergamo)

Menu a prezzo fisso, dieci euro. Tutto compreso. Seccature dai giornalisti incluse. Alla trattoria tosco- bergamasca di via Rampinelli, nemmeno a farlo apposta, cento metri dalla villetta dei Gambirasio, il pranzo dei muratori e degli operai comincia e finisce presto. Le conversazioni hanno i toni accesi di sempre, ma quando si parla di Yara lo si fa a bassa voce.
Lo fa anche Khalid , 29 anni marocchino proprio come Mohammed Fikri, il «grande abbaglio» nel caso della tredicenne scomparsa . «Meno male che è finita così , che cosa vuoi che ti dica? Meno male per lui e meno male per noi che siamo qui a lavorare. Vedi io mi sono appena alzato da tavola con i soliti amici. Loro sono bergamaschi e io marocchino. Fino a qualche giorno fa nessuno ci faceva caso, poi quando è uscita la storia di Mohammed, qualcuno al lavoro ha cominciato a fare qualche battuta. Una battuta , poi un'altra battuta e vai sapere a che cosa si può arrivare dopo. Anche se loro- si gira Khalid sorridendo e indicando il tavolo che ha appena lasciato -loro non sono certo razzisti, sono sempre stati amici, anche e soprattutto in questi giorni. Hanno detto solo che i carabinieri dovevano arrestare anche me perché sono marocchino anch'io. Uè ma per scherzo, perché sono un po'stronzi». Faccio due passi con Khalid, anche se non espressamente invitato, e lo accompagno da un paio di altri amici maghrebini che hanno lavorato al cantiere della Città del Sole, un complesso residenziale dove oramai si stanno ultimando solo le finiture. Parla malvolentieri Dakhir («niente cognome, è già tanto che ti dico il nome tanto lo scriverai sbagliato») ma comunque parla : «Fino a ieri abbiamo rischiato il peggio, anche se la maggioranza qui ci è amica non si sa mai. A qualcuno poteva venir in mente di cominciare a menar le mani. E allora addio lavoro, addio casa». Ci spostiamo nella zona industriale di Brembate Sopra. Dove, oltre alla Indesit in subbuglio sindacale, ci sono aziende notissime come la Nolan o altre meno conosciute come la Cisana carotaggi in via Lesina o la fonderia Rgm di via Marconi, realtà importanti del tessuto industriale locale che danno lavoro a più di un extracomunitario. Almeno a sentire Issam, Raou e Dan che fanno capannello, fumandosi una sigaretta assieme, intanto che aspettano il pullman dell'Atb. Come si trovano due rumeni con un tunisino? Chiedo. «Bene, benissimo qui andiamo tutti d'accordo- replica pronto Dan- siete voi giornalisti che volete veder casino e odio dappertutto». E Issam gli fa eco: «La gente di Brembate ci vuol bene. O perlomeno, questo è certo, vuol bene a chi lavora. A chi fa vedere che vuole solo impegnarsi per far star meglio la propria famiglia. Un po'come hanno fatto sempre e continuano a fare loro, i bergamaschi. Qui non c'è mai stato razzismo e non penso proprio che ci sarà mai. Anche dopo quello che è successo. Anzi che non è successo, perché Mohammed, come hai visto non ha fatto nulla».
A Brembate di Sopra, nella zona di via XXIV Maggio, c'è anche la sede, o meglio una delle sedi della Comunità Immigrati Ruah, una Onlus che ha il suo quartier generale a Bergamo, e che da sempre con interventi di prima accoglienza, con il sostegno di corsi di lingua italiana e instradamento verso il mondo del lavoro, è in prima linea in tutta la provincia per aiutare gli extracomunitari ad integrarsi senza troppi problemi. Non c'è nessuno all'indirizzo della sede, quindi proviamo a rintracciare telefonicamente a Bergamo, Laura Resta la coordinatrice di Ruah. Ma, nonostante i nostri ripetuti tentativi, la «coordinatrice è sempre in riunione». Curioso, davvero curioso. Un vero peccato non ascoltare anche il parere che potrebbe confermarci come è il grado di tolleranza e di integrazione degli extracomunitari a Brembate. È pur vero che Brembate di Sopra parla e se la cava anche da sola. Senza Onlus. Gemellata con la cittadina polacca di Ostrów Mazowiecka, che è situata, strategicamente, molto vicino a Russia, Bielorussia e Lituania, Brembate può contare su una folta rappresentanza internazionale tra i suoi cittadini. Una comunità nella comunità che vive il dramma di Yara con la stessa pena dell'animo dei brembatesi. Come ha, spontaneamente, tenuto a far sapere ai giornalisti che stazionavano davanti alla casa di Yara una giovane donna brasiliana: «A Brembate Sopra non c'è razzismo, c'è solo paura: siamo tutti uguali, non trovo concepibile questa accusa. Io sono mamma di un bambino di quattordici anni e sono preoccupata così come gli italiani. Viviamo con la paura che quello che è successo a Yara possa accadere anche ai nostri figli».