"Macché russo, tifavamo per il compagno Claudio Villa"

Macaluso, all’epoca responsabile organizzazione del Pci: "Non abbiamo dato alcun input. Ma in molti sostenevano l’ucraino"

da Roma

«Solovjanenko? Solovjanenko? Eeeh...». Emanuele Macaluso, interpellato sul caso del tenore sovietico che secondo la velina di un informatore del Viminale (riportata ieri da l’Unità) sarebbe stato sostenuto a Canzonissima scoppia letteralmente a ridere.
Che c’è, onorevole Macaluso?
«Allora, le faccio un premessa. Lei ha chiamato la persona giusta».
Perché lei ha un’ottima cultura musicale?
«Nooohh... Perché io nel 1964, all’epoca dei fatti, ero il responsabile organizzazione del Pci».
Quindi lei una cosa così l’avrebbe saputa sicuramente.
«Scherza? Erano tempi in cui quell’ufficio era il cuore della macchina comunista».
Vuol dire che il sostegno al compagno tenore non se lo ricorda?
«Per nulla. Le dirò: se ci fosse stata questa grande mobilitazione, non solo io l’avrei saputa. Ma ne sarei stato l’artefice, eh,eh...».
Magari se l’è scordato.
«Ma si figuri! Anzi, mi ricordo persino come faceva la canzonetta, che era molto orecchiabile, un motivetto accattivante alla Volare».
Forse anche lei all’epoca vedeva i prodotti dell’Urss con occhio benevolo...
«Ma va! Ero togliattiano fino al midollo. Quando giocava la nazionale sovietica, al contrario di molti compagni, tifavo Italia».
C’erano ancora molti filosovietici, a Botteghe Oscure, però.
«A dire il vero, proprio dopo l’VIII congresso del partito, i Secchia, gli Scoccimarro e i D’Onofrio erano stati sostituiti da un’altra generazione: Berlinguer, Natta, io...».
Torniamo a Canzonissima.
«Le do un altro indizio: il vincitore, quell’anno, fu Claudio Villa».
E allora?
«Villa era un popolano trasteverino, non so se iscritto ancora al Pci, ma di certo compagno. Molto amato dalla base, elettore nostro».
Quindi preferibile al «compagno tenore», vuol dire?
«Se lei fosse andato nelle sezioni romane del Pci a dire di votargli contro sarebbe finita male. Era un beniamino della base».
Allora secondo lei le informative sono false?
«Mah... Gonfiate, direi. Non necessariamente per motivi criminali o per anticomunismo. C’erano informatori che di veline campavano. Altri più semplicemente, erano imbecilli».
A quale delle categorie attribuisce la notizia?
«È indifferente. Anche perché il fondamento sicuramente c’era. Che molti in Toscana o in Emilia, per quel culto popolare verso il “popolo fratello“ potessero fare incetta di cartoline per il compagno Solovjanenko è possibile. Che lo facessero per disposizione di qualcuno a Botteghe oscure era assurdo».
Insomma, una mezza bufala?
«Sugli informatori bisognerebbe scrivere un libro. Anche perché in quell’anno c’erano non pochi grattacapi. La morte di Togliatti, il suo memoriale, che noi comunisti italiani volevamo pubblicare e i sovietici no. I dibattiti roventi nelle sezioni sul rapporto Krusciov sulla destalinizzazione. Figuriamoci se potevano pensare a pilotare Canzonissima! Magari».
Non è che lei minimizza il filosovietismo degli anni Sessanta?
«Affatto. Direi anzi che nella base era maggioritario, mentre fra i dirigenti no. Noi giovani c’eravamo fatti largo contro i... “filosovietici“».
Mi faccia un esempio.
«Ancora nel 1968, quando andai a tenere assemblee per votare il documento di critica all’intervento sovietico a Praga, faticai molto, talvolta finii in minoranza. Ad esempio nella fortissima sezione Ansaldo».
Lei difende l’autonomia del Pci...
«Certo. Ricordo che per i funerali di Togliatti venne Breznev, che fece un riunione con noi della segreteria raccontandoci le solite balle sulla produzione delle uova. Nessuno di noi si beveva questa propaganda».
Però i legami sopravvissero.
«Ho raccontato che Berlinguer, dopo l’incidente del 1973 a Sofia, in cui morì il suo accompagnatore, mi confidò di essere convinto che si trattava di un attentato».
Ci ha scritto un libro sopra Fasanella, Berlinguer deve morire.
«Esatto. Lei crede che se un segretario si convince che gli vogliono fare la pelle, i rapporti siano buoni? Altro che Solovjanenko...».