Macché terroristi son solo tifosi che sbagliano

Ai bei tempi delle Brigate Rosse, dei katanga e delle molotov, a sinistra c’era una definizione sempre pronta all’uso per giustificare i violenti: «compagni che sbagliano». I giudici del tribunale del Riesame di Roma devono essersene ricordati, ieri mattina, nel momento in cui hanno deciso di cancellare l’aggravante del terrorismo agli ultrà arrestati per gli incidenti dell’ 11 novembre scorso. E hanno tirato fuori dal cilindro delle sentenze, sempre pieno di sorprese, una decisione che alleggerisce, e di molto, la posizione degli arrestati, considerati evidentemente «tifosi che sbagliano », e nulla di più. Ma sì: saranno processati, quei tifosi, ma non per terrorismo. Il loro comportamento, hanno stabilito i giudici, non rivela «finalità eversive».

In fondo, che cosa hanno fatto mai, questi poveri figli? Erano solo in duecento, e hanno assaltato il commissariato di polizia di via Reni lanciando fumogeni, petardi e bombe carta. Qualcuno portò anche via, come trofeo di guerra, il tricolore che sventolava all’ingresso della caserma. La stessa sera, altri ottanta tifosi che sbagliano avevano attaccato il commissariato di via Fuga; e altri cento tentarono l’assalto a quello di Ponte Milvio, dove un’auto della polizia venne data alle fiamme. Al termine della serata i poliziotti feriti furono settantacinque. E che cosa volete che sia. I giudici hanno accolto la tesi degli avvocati difensori, uno dei quali ieri ha catalogato quella serata di guerriglia come «il frutto di una reazione dissennata dovuta a un corto circuito emotivo collettivo ». Una ragazzata, insomma. «Emotività», mica eversione. Per questo i ragazzi arrestati verranno processati per devastazione, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Proprio così: chi assalta una caserma lanciando bombe carta fa «resistenza a pubblico ufficiale », come chi rifiuta di dare le proprie generalità quando prende una multa.

Visto l’andazzo, è già tanto che non contestino ai poliziotti asserragliati in caserma il reato di «resistenza a tifosi vittime di corto circuito emotivo». Intendiamoci bene. Non vogliamo dire che nelle teste di questi ultrà ci sia un preciso disegno politico per rovesciare il sistema e imporne un altro. È già tanto se c’è qualcosa, in quelle teste. Maper contestare la «finalità eversiva» è necessario riscontrare una precisa ideologia? Una chiara matrice politica? Oè sufficiente prendere atto che centinaia e centinaia di tifosi - evidentemente coordinati fra loro - hanno preso contemporaneamente d’assalto tre caserme della polizia in tre punti diversi della Capitale?

Fate voi. Magari immaginando un altro scenario. E cioè: che cosa sarebbe successo se un qualunque cittadino - politicizzato o no, ma comunque estraneo alla sempre impunita galassia dei cosiddetti ultrà - avesse lanciato una bomba carta contro una caserma? Io penso che l’avrebbero messo in galera buttando via la chiave per un pezzo. Noi non siamo magistrati, e possiamo sbagliarci nel definire i reati così come il codice li prevede. Certe terminologie da legulèi ci sfuggono. Ma difficilmente riusciremo ad allontanare da noi un sospetto: e cioè che anche questa volta - nonostante i solenni proclami sulla tolleranza zero - i delinquenti delle curve la faranno franca.