Macché unita, ora la Lega rischia di implodere: è scoppiata la guerra sui vertici in Lombardia

Il "cerchio magico" vuole convincere Bossi a commissariare Giorgetti
Maroni e Calderoli: se lo fai ci dimettiamo con tutti i parlamentari. L'area di Rosy Mauro al Senatur: lo striscione su Bobo premier a Pontida voluto dal ministro. Ma è stato un militante

Roma - «Ora è la guerra». Non è stato un lunedì come gli altri in via Bellerio, quartier generale leghista dove ogni inizio settimana i capi si vedono per fare il punto. Stavolta il punto era la resa dei conti non col Pdl, ma nella Lega nord. Sul piatto c’è un colpo di mano considerato irricevibile dai colonnelli e dal partito che li supporta: il commissariamento della Lega Lombarda, cioè di Giancarlo Giorgetti (segretario nazionale, uno dei capi storici del Carroccio), con Rosy Mauro (esponente del «cerchio magico», non amata dalla base), come plenipotenziario per decisione diretta di Umberto Bossi.
Nella sede della Lega sono arrivati Roberto Cota e Roberto Calderoli per cercare di convincere il capo a non firmare quell’atto, che potrebbe segnare l’inizio di una rivolta interna, con esiti difficili da prevedere. Il più infuriato è Roberto Maroni, osteggiato dal «cerchio magico» che avrebbe persino detto a Bossi che lo striscione «Maroni presidente del Consiglio» sarebbe stato portato a Pontida per volontà di Maroni stesso. In realtà è iniziativa personale di un militante di Rozzano, che ieri, appresa la notizia del possibile commissariamento della Lega maroniana-giorgettiana, si è presentato in via Bellerio chiedendo di parlare direttamente con Bossi.
Una delle molte voci di protesta all’indirizzo di Bossi arrivate nella sede milanese della Lega, con mail, telefonate e minacce di dimissioni dal partito (se la Rosy verrà veramente messa sopra Giorgetti) da parte di parlamentari, sindaci, dirigenti e amministratori locali del Carroccio in Lombardia (il cuore del partito). Maroni e Calderoli hanno parlato faccia a faccia con il capo la sera di domenica, dopo la festa di Pontida. «Umberto, se commissari Giorgetti io e Calderoli ci dimettiamo da ministri e i parlamentari ci seguono» ha detto chiaramente Maroni a Bossi. Che non ha dato una risposta netta, ma si è riservato di decidere. Il motivo che Bossi adduce per il clamoroso passaggio di consegne è lo scarso risultato della Lega in Lombardia (cosa negata nelle dichiarazioni pubbliche), che però è difficile imputare a Giorgetti visto che c’è un trend negativo generale della Lega alle ultime amministrative. E poi, si chiede il 99% della Lega, con Rosy Mauro commissario politico saremmo andati meglio? Non è che la Lega abbia fatto sfracelli in Liguria ed Emilia-Romagna (regioni sotto il controllo del commissario Rosy), dove pure è agli inizi e quindi fisiologicamente in crescita. In realtà nella Lega spiegano la mossa come un capitolo della guerra in corso tra cerchio magico e tutti gli altri (cosa che ha avuto l’effetto di rinsaldare moltissimo l’intesa tra Maroni e Calderoli). Un capitolo che però potrebbe essere l’ultimo.
Soprattutto dopo questa Pontida, che ha dato a Bossi il polso del suo popolo, quello che invoca Bobo Maroni premier. E che quindi rafforza il partito che si riconosce nel ministro dell’Interno. Anche per questo la reazione al commissariamento potrebbe essere clamorosa, dopo qualche mese di «pace armata» tra le due componenti. I due ministri valutano infatti se chiedere le dimissioni dei capigruppo, nel caso in cui l’operazione avesse la firma definitiva del capo.
Uno scontro durissimo, a livelli forse mai visti finora. Con sindaci e segretari provinciali pronti a portare le loro sezioni in autobus, in via Bellerio, per protestare con Bossi. Dalla Lega non esce alcuna notizia ufficiale, ma in via Bellerio si racconta di un clima incandescente. «C’è un bel fermento lì» dice un big della Lega lombarda. Si attende la decisione del capo. Addirittura - ma siamo nei rumors - ci sarebbe «un modulo già pronto» dove manca solo la firma di Bossi per consegnare il partito in Lombardia nelle mani del «cerchio magico». «Se il capo non avesse dubbi avrebbe già firmato, si vede che ha molti dubbi...» spiega un altro dirigente leghista, che aggiunge: «Salterebbe il partito». Maroni, Calderoli e Cota forse sono riusciti a far desistere Bossi. Il redde rationem con il Pdl ha trovato nel «contratto con i padani» di Pontida il suo scadenzario. Quello dentro il Carroccio non ancora.

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