La macchina del fango

L’agenzia Ansa aveva fatto il suo nome e alcuni quotidiani l’avevano subito dipinto come un mostro. Ancora più temibile, perché ritenuto fino ad allora una persona perbene. Il critico cinematografico Filippo Grosoli ha vissuto mesi terribili, portandosi dietro come una maledizione l’accusa infamante di aver molestato una giovane attrice. Adesso il gip di Roma manda in archivio il capo d’imputazione «per insussistenza degli elementi idonei a sostenere l’accusa». Insomma, le prove, anzi gli indizi, raccolti contro Grosoli sono fragili, ma così fragili che non stanno in piedi. Non si andrà a processo perché mancano i presupposti per cominciarlo. Il danno però è fatto. «Sto molto male - spiega il critico - mi sento psicologicamente distrutto. Il mio nome non doveva uscire». Invece è uscito. Eccome. Prima l’Ansa, poi alcuni giornali.
È novembre e Grosoli si trova infilzato da una donna che non conosce neppure. Siamo all’Auditorium di Roma. Lei, Nadia K., un’attrice trentottenne, è seduta di fianco a lui durante la proiezione di una pellicola. A un certo punto comincia a gridare. Che è successo? «Ho sentito - è la sua versione - che mi metteva le mani addosso, ma sono rimasta pietrificata per paura, poi non ce l’ho più fatta e ho reagito». L’Ansa, per rendere ancora più complicata la posizione dell’uomo, racconta che a quel punto Grosoli è scappato. Lui offre al Riformista un’altra versione: «Ero seduto a vedere un film irlandese. Devo essermi assopito, sono scivolato un po’ sulla sedia. Non saprei dire. Fatto sta che, a un certo punto, questa signora, mai vista in vita mia, ha cominciato a urlare, dicendo che la stavo molestando. Una sua amica giornalista conferma».
È incredibile, ma Grosoli si trova nei guai, senza aver fatto nulla, in una manciata di secondi. E non importa quel che è stato fino ad allora: il lavoro a Ciak, a Telepiù e a Fandango, la consulenza al Festival di Roma, la direzione di alcune prestigiose rassegne. «Così - prosegue Grosoli - ho pensato di allontanarmi velocemente dalla sala, per non creare disagio e imbarazzo. Forse ho sbagliato. Escludo di aver compiuto azioni moleste o gravi violenze sessuali, come mi imputa la denuncia». Insomma, un disastro.
All’età di 56 anni, il critico vede andare in pezzi la sua reputazione. Il suo curriculum, in cui spicca la scrittura di libri sul cinema tedesco, viene macchiato. I giornali giustizialisti fanno presto ad appenderlo alle sue presunte malefatte. Si sa, in questi casi la denuncia della vittima, vera o no, basta e avanza per puntare il dito, e difendersi, specialmente quando le accuse sono vaghe se non evanescenti, è difficile. Difficilissimo.
Persino un foglio della sinistra chic, di solito garantista, come Il Riformista, spara un titolo che è un colpo di mitragliatrice: «Il critico che palpava le donne». Il Riformista descrive il clima all’Auditorium dopo la rivelazione bomba: «Per la serie: “Possibile? Ma chi l’avrebbe mai detto?” Con contorno di facce stupite, sorrisi impietosi, silenzi imbarazzati». Anche se lo stesso Riformista prova a bilanciare e spiega che l’episodio «è infamante ma dai contorni parecchio confusi».
In ogni caso, la stampa segue Nadia, che dopo aver strillato, è andata al commissariato di Villa Glori e ha raccontato tutto alla polizia. Grosoli finisce sotto inchiesta per violenza sessuale.
Sembra finito. E molti lo abbandonano. Ma l’indagine, insolitamente rapida, arriva alla conclusione opposta: non c’è nulla, ma proprio nulla, che sostenga le parole della donna. E se si fosse inventata tutto? Sono gli stessi pm a chiedere l’archiviazione per «insussistenza di elementi idonei a sostenere l’accusa». Non solo mancano le prove per condannare il critico modenese, ma addirittura non ci sono neppure gli elementi per portarlo a processo. Niente di niente. L’accusa batte in ritirata e il gip conferma: archiviazione. Alla più clamorosa delle condanne virtuali, segue una limpida assoluzione. Anzi, un proscioglimento perché non c’è stato nemmeno bisogno di passare dall’aula del tribunale.