Macchina del tempo per Goldoni alla Corte Un grande Pagni

Il conte Anselmo dilapida la dote della nuora Doralice per collezionare antichità di dubbia autenticità, Doralice si lamenta della scarsa considerazione della suocera, il contino Giacinto cerca invano di mediare tra moglie e madre: è la scombinata «Famiglia dell'antiquario» di Carlo Goldoni, coproduzione degli Stabili del Veneto e di Genova, in scena al Teatro della Corte fino a domenica 25. Goldoni dipinge, con levità e finezza psicologica, la crisi di una famiglia: lo scriteriato conte (Virgilio Zernitz), l'altera contessa Isabella (Anita Bartolucci), la battagliera Doralice (Gaia Aprea). Solo Pantalone (Eros Pagni), padre di Doralice, si impegna a riportare l'ordine in casa, secondo il modello borghese di oculata gestione di patrimonio e famiglia.
È il riscatto del ceto mercantile, deriso per decenni dalla Commedia dell'Arte proprio nella maschera di Pantalone, ora riabilitato come depositario dell'onesta laboriosità contrapposta al parassitismo della nobiltà. Centrale è il conflitto tra suocera e nuora, dissidio insanabile di classi e di caratteri, tra l'alterigia di Isabella e la graffiante «placidezza» di Doralice. La grandezza di Goldoni non si esaurisce nella celebre «riforma» delle scene comiche, poco percepibile dal pubblico odierno, ma permane nel realismo dei personaggi: al regista il compito di evocare figure vive, non soffocate da parrucche e balze, senza però snaturare l'originale.
«El balzo xe troppo grande», commentava Goldoni circa la repentina eliminazione delle maschere: ecco in scena Brighella, Arlecchino e Colombina in ruoli secondari e Pantalone psicologicamente ridisegnato. E con «goldoniana discrezione» il regista spagnolo Lluís Pasqual apre il sipario su interni d'epoca, ma segue le nevrosi famigliari dal '700 ad oggi: la rotazione delle quinte scandisce il succedersi di scene e secoli. Si aggiornano costumi e acconciature, le note del minuetto cedono al ritmo del rock; la sedia, simbolo del dialogo domestico, evolve da linee settecentesche al design moderno e lo squillo snervante del telefono è sottofondo dei tumulti casalinghi. Dettagli, ma significativi: il conte si isola nel suo maniacale passatempo sigillandosi le orecchie con le cuffie di un lettore musicale, ribadendo l'eclissarsi del capo famiglia, che «pensa a sé» e non «alla pase de casa», e traducendo in scena l'insofferenza della vita domestica: convivono, insomma, spassosa fissazione e patologia. Una commedia briosa e ben interpretata da un cast d'eccezione. Su tutti giganteggia Eros Pagni.