MACDONALD A volo radente sulla guerra fredda

Nata in Germania, madre libanese, vive in Canada. Ecco cosa significa essere una scrittrice meticcia...

nostro inviato a Mantova
«Il Canada - ti dice - non assomiglia agli Stati Uniti. È un’altra terra, un’altra cultura. Noi siamo un po’ come la Scandinavia o i Paesi Bassi. Solo che qui c’è più libertà». Ann-Marie MacDonald è una donna di tutte le età, sembra un elfo dai capelli scuri. Sorride, i suoi occhi indagano, si muovono, curiosi, quasi infantili. Sul volto ci sono i segni del passato, ci sono storie e ogni storia è un romanzo.
È nata a Baden-Baden, in Germania. Tu pensi al gioco d’azzardo, alla roulette di Dostoevskij, ai giocatori che pensano sempre di avere una rivincita, a una nuova scommessa, alla fortuna di domani. Lei pensa a una base Nato, a suo padre, ufficiale dell’aviazione, alle case tutte uguali di chi ogni quattro anni cambia dimora e destinazione, alla vita dei figli dei soldati, al villaggio globale delle caserme. Un po’ di questa vita c’è nel suo ultimo romanzo, Come vola il corvo (Mondadori, pagg. 923, euro 12,40). «Ho deciso - dice - di rubare qualcosa al mio passato. Di solito scavo in quello degli altri». Il romanzo canadese, anche quando non pesca dalla tradizione ebraica, trova sempre qualcosa di cui sorridere, anche nel dramma. «È colpa dell’America noi abbiamo tutti i privilegi del centro dell’impero, ma ci troviamo un passo più in là verso la periferia. Questo stare un po’ dentro e un po’ fuori ci fa notare il lato comico delle situazioni. Siamo delle spie, ballerini di frontiera, che indugiano nella farsa».
Come vola il corvo narra la morte di un paese ideale. È la storia di una ragazzina di otto anni che viene strangolata in un bosco. È una favola nera. È un adolescente, meticcio di pellerossa, facile da condannare. È un maestro elementare che fa strani giochi con le sue allieve. È una bambina, Madeleine, che racconta tutto questo. E un giorno andrà alla ricerca della verità per fare pace con la propria innocenza. Come vola il corvo è un pezzo di storia dell’Occidente, una storia che comincia nel 1962 e finisce negli anni Ottanta. È un mondo che vive nell’incubo della grande catastrofe, congelato nelle certezze della guerra fredda. Un mondo che un giorno si sveglia e scopre che le vere paure sono altre, sottili, insidiose, indefinite, con un caos che non ha nulla di atomico, ma che viene dalle viscere di remote tradizioni.
Ann-Marie MacDonald è una donna che non sa dire bugie e forse per questo non si è mai sentita al sicuro. «Il 1962 è l’apice della guerra fredda. I sovietici mettono i missili a Cuba. L’America di Kennedy progetta l’attacco alla Baia dei Porci. Krushov tenta un audace bluff e Giovanni XXIII prega per la pace nel mondo. È questo il clima che ha respirato buona parte della mia generazione. Alla fine siamo cresciuti tutti un po’ schizofrenici. Siamo stati educati all’ottimismo, figli della televisione e degli spot commerciali che vendevano una realtà di famiglie sane, di merende felici, di un futuro senza confini. Qualcosa di simile a un’età dell’oro. Ma su tutto questo pesava l’ombra della catastrofe atomica, con l’idea che il mondo prima o poi sarebbe andato in frantumi. Noi con questa paura siamo riusciti a convivere, ma per farlo abbiamo dovuto raccontarci tante bugie. I nostri genitori hanno mentito per farci sentire sicuri e felici. Noi abbiamo fatto finta di crederci, per lasciarli nell’illusione che gli anni dell’orrore, quelli che loro hanno vissuto quando erano giovani, la guerra, le dittature, gli olocausti, fossero tramontati per sempre».
Per un frammento di tempo hanno sperato che la storia fosse arrivata al capolinea. E si potesse tornare a sognare. «Ancora una volta ci siamo sbagliati. Noi siamo invecchiati e abbiamo ripreso il vecchio gioco. Abbiamo fatto credere ai nostri figli che l’addio al Novecento era una fuga dalla paura, dalla vita sotto minaccia. Anche loro per un po’ hanno finto di crederci. Poi i grattacieli sono crollati e la paura è tornata». Con una beffa in più. La risposta allo spettro atomico era l’illusione di un rifugio sottoterra, con tutti i viveri nel frigorifero e gli occhi chiusi per non guardare cosa c’era fuori. La risposta ai grattacieli che cadono, i binari che saltano, le metro che implodono è senza illusioni. Lì, allora, era l’attesa di un colpo solo, di un boato nel cuore dell’universo, ma nel frattempo vivevi. Qui, adesso, è la paralisi della vita quotidiana. È l’angoscia di aver preso il treno sbagliato. Quello che sta per essere decimato.
«Ci vuole molta fantasia oggi - dice Ann-Marie - per raccontarsi delle frottole». È come nel suo romanzo, dove tutti hanno un bisogno disperato di protezione, ma più si proteggono e più sono nudi. E indifesi. L’unico modo per uscire fuori da tutto questo è dire, cercare, la verità. Invece è molto più facile sacrificare agli dei un capro espiatorio, uno in grado di rimettere i peccati del mondo. Il meticcio adolescente di Come vola il corvo.
Quando la paura si fa più intensa si riscoprono le minoranze. Il Canada è un Paese meticcio, dove basta fare qualche chilometro per essere minoranza di qualcosa. Ann-Marie MacDonald pensa a sua madre. «Era libanese. Emigra per lavorare come infermiera. Siamo alla fine della guerra. Lei chiede di fare un corso professionale. Ma le dicono che non può farlo perché la sua pelle è troppo scura. Dicono che è una negra e le negre non possono lavorare negli ospedali. Cambia città. Qui la sua pelle non crea problemi. Dicono che è bianca. Viene assunta e incontra mio padre. Se non avesse cambiato città non si sarebbero incontrati. Il loro amore è la conseguenza di un atto di razzismo».

Ann-Marie MacDonald (con Monica Capuani) incontrerà i lettori oggi al Festivaletteratura di Mantova (Cortile della Cavallerizza, ore 11).