LE MACERIE DEL LOFT

Esecuzione Capitale. Cade Rutelli, Veltroni vacilla. Prodi e Bertinotti non pervenuti. L’ultimo voto segna il crollo di un sistema di potere, morbido e piacione, che voleva partire dalla Capitale per conquistare l’Italia. E invece non solo non ha conquistato l’Italia, ma ha perso pure la Capitale. Qualche giorno fa il manifesto titolava: «Roma non fa’ la stupida». E infatti Roma non ha fatto la stupida, a quanto pare.
Il sistema veltronian-rutelliano guidava la città da 15 anni. Ora è ridotto a macerie. Il crac è stato improvviso. E fragoroso come nessuno se l’aspettava. Il primo dato che impressiona, infatti, è la dimensione del successo di Alemanno: oltre 7 punti di differenza sono un’enormità in assoluto, e ancor di più lo sono se si pensa che prima del 13 aprile in pochi consideravano possibile che il candidato del centrodestra arrivasse al ballottaggio. Non solo ci è arrivato, non solo ha fatto paura alla sinistra (fatto che sarebbe già stato considerato un successo), non solo ha vinto. Ha pure stravinto. Fin troppo, non vi pare?
Le conseguenze sulla sinistra, in effetti, saranno devastanti. Veltroni sta preparando la valigia per l’Africa, Rutelli chissà. Uno dei pochi a cui, forse, la situazione non dispiace troppo è D’Alema: avrà l’occasione per prendersi le sue rivincite, e magari finirà per consegnare il Pd al robivecchi. We can, ma sì: ora si può. Il pullman in garage, il factotum Bettini a pascolare le capre e il loft occupato dalle truppe baffettate. Perché è vero che si può perdere, «ma anche» la Capitale...
La festa di Roma, però, non è solo la sconfitta della sinistra. Intanto è la vittoria di Alemanno, che ha accettato una candidatura che nessuno voleva e che si è fatto, da alpinista qual è, una scalata che al confronto l’Everest è un cavalcavia. E poi è anche e soprattutto la vittoria del centrodestra. Pensateci: per due settimane abbiamo ascoltato soloni che tentavano di ridurre il risultato del 13-14 aprile ad un’affermazione localistica della Lega. Oggi si dimostra che non è così: il Pdl vince nella Capitale, vince come progetto complessivo, vince come partito nazionale, vince perché gli elettori hanno capito e apprezzato il coraggio di An nel compiere l’ultima svolta. Sebben che fosse una svolta pericolosa.
Non è un caso se la destra va al governo di Roma nel momento in cui completa la trasformazione ed entra nel partito unico. E non è un caso se da questo trionfo, nella Roma cattolica, è escluso l’ormai desaparecido cattolico Pier Ferdinando. L’avete notato? Da quando lui se n’è andato, il centrodestra non fa che collezionare successi. Da Palazzo Chigi al Campidoglio, secondo atto: così la festa è completa. E ora guai a chi fa Casini.