Machiavelli stupito da tanta ricchezza

Nelle sue «Istorie» Niccolò Machiavelli osserva stupito la stabilità con cui la Casa e il Banco di San Giorgio si autogovernano, funzionano e prosperano in mezzo alle vicissitudini di una Superba tormentata da lotte incessanti, dispotismo e violenze. «Esempio veramente raro, e da' filosofi in tante loro immaginate e vedute Repubbliche mai non trovato, vedere dentro ad un medesimo cerchio, intra i medesimi cittadini, la libertà e la tirannide, la vita civile e la corrotta, la giustizia e la licenza». Fino ad affermare: «E s'egli avvenisse, che col tempo in ogni modo avverrà, che S. Giorgio tutta quella città occupasse, sarebbe quella una Repubblica più che la Vineziana memorabile». Il comune interesse protegge la tranquillità della Casa e del Banco: «...Né fa altro l'Uffizio di S. Giorgio, se non quando uno ha preso lo stato, che far giurargli la osservanza delle leggi sue, le quali insino a questi tempi non sono state alterate, perché avendo armi e denaro e governo, non si può senza pericolo di una certa pericolosa ribellione alterarle».
E così sacri sono per le Autorità genovesi i privilegi e l'indipendenza della Casa, «governata dalli medesimi che governano la Repubblica», che nel 1637 i «luoghi» vengono definiti dagli stessi Protettori «intatti e sicuri dal Fisco della Repubblica e dalle confiscationi, tanto che neanche a ribelli dello Stato sono stati presi».
Nel 1785, pochi anni prima della Rivoluzione francese e dopo molte traversie affrontate dalla Repubblica di Genova e dal suo Banco, Charles Dupaty riflette sull'aura di impenetrabile mistero che avvolge la situazione patrimoniale di San Giorgio: «Sono stato a visitare il Banco di San Giorgio. È là che si trova racchiusa, sotto cento chiavi, la parola di questo grande e terribile enigma: se la banca ha dei miliardi o se deve dei miliardi. Questo enigma è la salute dello Stato; ed in parte la sua ricchezza...».
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