MACHIAVELLI «Un virtuoso dello scandalo»

«Il Principe» nell’edizione nazionale delle opere del Segretario fiorentino. Per lo storico inglese Quentin Skinner il merito maggiore del pensatore fu mettere in discussione con audacia la politica e la morale della sua epoca

Da alcuni giorni è disponibile la nuova edizione nazionale de Il Principe di Machiavelli, curata dal filologo fiorentino Mario Martelli e da Nicoletta Marcelli (ed. Salerno). In essa sono compendiati decenni di studi machiavelliani, portando alla luce nuove informazioni scientifiche e proponendo inedite interpretazioni che hanno acceso un intenso dibattito nella comunità scientifica. Ne parliamo con uno dei maggiori studiosi a livello internazionale del Rinascimento civile italiano, Quentin Skinner, regius professor di Storia moderna a Cambridge.
Professor Skinner, lei chiude il suo libro su Machiavelli citando l’epigrafe incisa sulla tomba: “Tanto nomini nullum par elogium”, “Nessun epitaffio è adeguato ad un nome così grande”: qual è stato il grande merito intellettuale di Machiavelli?
«Penso che Machiavelli sia il più eccitante, e talora il più scandaloso, fra i grandi del pensiero politico. Mise in questione la politica e la morale del suo tempo con una straordinaria audacia e capacità immaginativa. Ai leader politici a lui coevi era stato insegnato che il fine dovesse essere l’onore e la gloria di loro stessi e delle loro comunità, ottenibili attraverso i classici comportamenti virtuosi propri del Principe, quali il coraggio e la giustizia ma anche la clemenza e la generosità. Machiavelli condivide che la gloria e l’onore debbano essere lo scopo a cui i governanti devono tendere, ma attacca l’assunto in base al quale la ricerca della virtù sia, in ogni caso, il miglior modo per ottenerle. Uno degli argomenti centrali de Il Principe è che, se in politica si persiste a operare virtuosamente, spesso si finisce rovinati. Machiavelli non approva necessariamente questa realtà, ma insiste sul fatto che così stanno le cose, e tutti i politici devono esserne consapevoli. Questo lo induce a presentare una nuova immagine del politico di successo, il quale, in nome delle mete più elevate, è disposto ad accostarsi alla virtù in modo strumentale».
Perché Machiavelli ha avuto sempre una fama così negativa?
«Credo che Machiavelli abbia avuto una cattiva reputazione per diverse ragioni in diversi momenti, ma fondamentalmente per due ordini di problemi: da un lato, a causa della sua critica nei confronti della Chiesa cristiana per la propensione di questa a valorizzare il mondo a venire, anziché quello presente, lasciando così il governo delle cose umane in mani incompetenti e perverse; dall’altro lato, per aver messo in dubbio che il comportamento virtuoso sia sempre la migliore opzione nell’esercizio del potere».
Con Il Principe Machiavelli rinnovò radicalmente i contenuti del genere “politico” fino al quel momento dominante, la precettistica umanistica diretta al principe: a suo giudizio si può dire, come fece Benedetto Croce, che Machiavelli separò la politica dalla morale, oppure è troppo semplicistico?
«Non condivido il rilievo secondo cui Machiavelli abbia scisso la politica dalla morale. Penso sia più adeguato sostenere che avesse una diversa visione della morale: nei Discorsi dice che il giusto fine della politica è sempre quello di preservare le libertà e la sicurezza della patria, e aggiunge che dobbiamo essere pronti a fare qualsiasi cosa necessaria a questo scopo. Se questo implichi comportamenti in qualche misura non intrinsecamente buoni, pur senza giustificarli, Machiavelli almeno li avalla a condizione che il risultato sia desiderabile. Si potrebbe quasi dire che per lui la rettitudine delle azioni debba essere giudicata non attraverso la moralità intrinseca di queste, ma in base alle conseguenze; in breve, Machiavelli ha certamente una moralità politica, ma di ordine utilitaristico, che gli impone di valutare le azioni per quanto producono nei confronti dell’interesse superiore della comunità».
Il concetto di Fortuna è fondamentale nel suo pensiero: come lo si può riassumere? E quello di Virtù?
«Machiavelli pensa la politica essenzialmente come un luogo situato fra la Virtù e la Fortuna. Per lui il termine Virtù si riferisce alle qualità che ci permettono di vincere le avversità e di ottenere i risultati più ambiti. Di contro, la Fortuna è il termine che usa per indicare quanto ci accade, nel bene e nel male, al di là della nostra possibilità di previsione o di controllo. La Fortuna è volubile, e notoriamente ne Il Principe è simboleggiata da una donna. Per Machiavelli il punto è che non ci dobbiamo sottomettere alla fortuna, ma dobbiamo sperare di averne il favore: nei Discorsi, un commento alla Storia di Roma di Tito Livio, Machiavelli ha costantemente presente l’adagio Fortuna fortes adiuvat, “la fortuna aiuta gli audaci”».
Martelli, curatore di questa nuova edizione de Il Principe, ritiene di aver scoperto che l’ultimo capitolo fu scritto tra il 1517 e il 1518, successivamente quindi agli altri composti nel 1513, adducendo come prova l’inserimento di alcuni riferimenti alla storia romana d’età imperiale, che si trovano in esso e appaiono poco pertinenti, nello stesso momento in cui si diffuse a Firenze l’edizione latina della Storia di Erodiano. Finora però questa tesi non ha convinto gli specialisti: lei cosa ne pensa?
«Nella sua famosa lettera del dicembre 1513 Machiavelli dice a Francesco Vettori che sta scrivendo un trattato, indicato con la locuzione latina De principatibus, che deve essere certamente il testo che noi conosciamo come Il Principe. Parla esplicitamente di un libro “composto”, il che sembrerebbe implicare il completamento di una prima stesura per quella data. In ogni caso non ci sono dubbi intorno al fatto che successivamente rivisitò il testo: egli lo dedicò originariamente a Giuliano de’ Medici, ma quando Giuliano morì nel 1516 cambiò la dedica a favore di Lorenzo de’ Medici, Duca di Urbino (e solo omonimo del Magnifico). È certamente possibile che nel contempo abbia apportato qualche alterazione al testo originario, sebbene sostenerlo sia una mera supposizione. L’ipotesi formulata da Martelli è anch’essa di questa natura, ma egli è un grande studioso di Machiavelli, e le prove che porta a sostegno della sua affascinante tesi devono essere accuratamente considerate».
Gli studi di Leo Strass su Machiavelli sono stati ultimamente utilizzati dai neoconservatori americani: qual è l’interpretazione che Strass dà di Machiavelli?
«All’inizio dei suoi Pensieri su Machiavelli Leo Strass dichiara che Machiavelli è un predicatore del diavolo. Questa è un’interpretazione che non riesco a sottoscrivere per le ragioni che ho illustrato. Ma c’è di più: non credo che il compito di uno storico sia quello di esprimere giudizi di valore sulle persone o sugli eventi in oggetto; viceversa penso che il suo ruolo sia di dare al lettore le informazioni sufficienti affinché questi possa autonomamente farsi un’opinione. Il che è cosa ben diversa dal dirgli come la deve pensare».