Il macigno di "Prima linea" diventa un mattone senza eroi

De Maria rispolvera la solita retorica dei compagni che sbagliano Ma
non c’è alcuna indulgenza per il terrorismo di Segio e Ronconi

Roma - Ma chi se lo andrà a vedere un film come questo, tratto seppur «liberamente» dalle memorie di Sergio Segio, terrorista pluriomicida di Prima Linea, il peggiore - al peggio non c’è mai fine - dei gruppi che hanno insanguinato gli anni ’70? Chi ha meno di quarant’anni resterà frastornato da quell’affastellarsi di cortei, stragi, sparatorie e funerali di Stato che vanno avanti e indietro tra il ’68 e i primi anni ’80, rendendo ostica finanche la storia principale, cioè l’evasione dal carcere di Rovigo di quattro detenute «politiche», tra cui la donna del protagonista, realizzata da Segio che aveva già abbandonato la sciagurata organizzazione ma ammazzando un pensionato, involontariamente questa volta, ma a dimostrazione che il destino non fa sconti. E chi, come il vostro cronista, ha vissuto quegli anni sulla propria pelle nel bene e nel male, di tutto ha voglia meno che di sorbirsi il racconto cupo e desolante delle gesta di un «compagno che ha sbagliato».

E però è «il film di cui tutti hanno parlato ma nessuno ha ancora visto» (così recitano i manifesti), quello proiettato ieri mattina al Fiamma per giornalisti e addetti ai lavori. I colleghi che prendono posto in sala sorridono del gran gesto dei produttori che hanno infine rinunciato al finanziamento pubblico, e spiegano che le polemiche e i fiumi d’inchiostro già versati sono un battage pubblicitario che li ricompenserà munificamente. A me però, anche giunto ai titoli di coda, continua a frullare questa domanda: perché mai dovrei consigliare a qualcuno, giovane o anziano che sia, istruito sul nostro passato o meno, di andarsi a vedere questa storia «vera» seppure in parte romanzata?

Probabilmente non è il cinema, che può proiettare la realtà plumbea di quegli anni. O almeno, non questo film. Oddio, non fraintendete. Il film è fatto bene, ha ritmo televisivo, avendo il regista Renato De Maria all’attivo ben 25 distretti di polizia. Sugli attori niente da eccepire, Giovanna Mezzogiorno che interpreta Susanna Ronconi è brava e misurata, anche se le fanno dire cose da far stramazzare ogni compagno d’antan, che sbagliasse o no poco importa, del tipo: «Normale è una brutta parola, e quando vince la rivoluzione la facciamo abolire». Riccardo Scamarcio poi, è ormai al terzo ruolo di terrorista, ne ha già fatto uno di destra e uno di sinistra.

Beninteso: se qualcuno temeva che gli autori finissero con lo strizzare l’occhio alla vicenda di Segio e della Ronconi, insomma che questa sia la storia di «due eroi belli e dannati», può stare tranquillo. Qui di bella c’è solo la Mezzogiorno, e del resto anche la Ronconi era tutt’altro che brutta. Ma più che dannati, questi due «eroi» sono tristi e desolanti. Va anzi dato atto al regista che l’amplificare allo spasmo i colpi di pistola inflitti in sovrannumero dai due alle loro vittime già abbattute, e poi le gocce di sangue che scivolano sul finestrino dove è riverso il giudice Alessandrini, soffocano ogni possibile moto di simpatia per gli assassini. Segio infine, che nonostante i colloqui preparatori con gli autori ha stroncato il film perché «al guinzaglio» e «tradisce» il suo libro, fornisce a questa pellicola la patente del politicamente corretta.

Vedi che al peggio non c’è mai fine? Ancora oggi e nonostante 22 anni carcere, Segio rivendica che il suo non è un Romanzo criminale: Prima Linea aveva un padre che «si chiamava movimento del ’77» e prima ancora «Lotta continua e Potere operaio», e la madre viene «da un casato più antico», la Comune di Parigi quanto meno. Ma del film dobbiamo parlare, e semmai della critica che lo saluta come un «piccolo miracolo» (vedi Liberazione) o «un film necessario».

Un miracolo di che? Semmai c’è da stupirsi per questo intramontabile vezzo autoassolutorio del compagno che sbaglia. Non dev’essere casuale che l’unico personaggio inventato del film sia Piero, il compagno buono che quando i due erano insieme a Lotta continua si limitava a scrivere sui muri «qui abita un crumiro» mentre Scamarcio dava fuoco pure alla 127 dell’operaio. E che quando ormai questi, in clandestinità con svariati morti sulle spalle, va a trovarlo di notte, stappa una bottiglia, gli mostra la foto di una vecchia manifestazione e gli fa: «Non era meglio allora, che adesso?». Lo so, il film è un mattone perché la storia cui si ispira è un macigno. Ma come si può far dire a Scamarcio-Segio finalmente in carcere, «abbiamo fatto cose da pazzi ma non eravamo pazzi»? Oppure «avevamo torto, ma allora non lo sapevamo»?

Ps. Chi non ha vissuto o non sa, scopre che il nome del protagonista è Sergio a metà del film, e che fa Segio di cognome nei titoli di coda. Vedi che la vita non è un film?