La Maddalena che fa discutere gli storici

Attribuita a un allievo, molti la ritengono del maestro. Ma il pezzo più raro è il «Codice del Volo»

Mentre a Milano sono di scena i caravaggeschi, ad Ancona sono arrivati i «leonardeschi». Spesso è bastato il soggiorno in una terra, un rapporto casuale di discepolato, per far germogliare il seme di un grande artista. Così è successo per Leonardo nelle Marche, dove il pittore cinquantenne soggiorna nell’estate del 1502 in qualità di architetto e ingegnere generale di Cesare Borgia, lasciando un’eredità di pensieri e idee in manoscritti e schizzi. Tracce su cui ha lavorato Carlo Pedretti, curatore con Giovanni Morello della mostra «Leonardo. Genio e visione in terra marchigiana», aperta alla Mole Vanvitelliana fino all’8 gennaio. Una rassegna dotta e raffinata, fatta in gran parte di rare edizioni, codici e documenti, di cui si cerca di ritrovare fonti, percorsi e risultati. Così è emerso che per tutto il Cinquecento c’è stata, nella Biblioteca ducale di Urbino, una copia di prima mano del Libro di pittura di Leonardo, poi passata alla Biblioteca Vaticana. Si è scoperto inoltre che i disegni del grande toscano venivano copiati a Pesaro, come testimoniano alcuni schizzi di Gherardo Cibo, pittore vissuto dal 1512 al 1600.
In omaggio a queste e ad altre lievi, ma significative, impronte, la rassegna presenta un piccolo nucleo di dipinti leonardeschi, ciascuno con una sua lunga storia. Uscite da collezioni private europee statunitensi, sono opere di allievi e seguaci, che hanno lavorato accanto a Leonardo o ne hanno subito il fascino. Certamente problematiche, come quel magnifico transessuale, Monna Vanna (la Joconde nue Mackenzie), dai duri lineamenti maschili, cascata di riccioli, sorriso enigmatico come la Gioconda. Con, in più, due seni nudi, tondi e compatti, e un paio di braccia armoniche e muscolose. Il dipinto, del 1510-1515, è stato attribuito a Gian Giacomo Caprotti detto Salai, il garzone amato da Leonardo, «vaghissimo di grazia e di bellezza... dai capegli ricci e inanellati, del quale Lionardo si dilettò molto», come riferisce con malcelata malizia Vasari. Sarà davvero di Salai? L’unica certezza è che l’opera nel 1600 apparteneva a una collezione milanese, poi nel 1850 sembra sia passata in Inghilterra e poi in Svizzera, per ricomparire ora in Italia.
Altro enigma una Madonna dei fusi, del 1520 circa, riferita all’allievo Cesare da Sesto. Di collezione privata svizzera e con notizie solo dal 1870, è una delle trenta copie di un originale perduto del maestro. La mano della Madonna dall’incerta prospettiva, alcune ridipinture sui capelli di madre e bambino, lasciano perplessi. A Leonardo da Vinci con l’assistenza di Giampietrino, altro allievo ricordato dall’artista in un manoscritto del 1497, è attribuita una Maddalena del 1515 circa. Bella e sensuale, mani delicate, leggero velo su ventre e pube, sguardo languido (troppo per Leonardo), è segnalata la prima volta dagli storici nel 1929 con l’attribuzione a Giampietrino (ma Pedretti la ritiene interamente di Leonardo). A questo pittore sono riferiti una suggestiva Maddalena penitente e una intensa e inedita Madonna del latte, del 1525 circa, forse il pezzo migliore esposto, ritrovato da Pedretti.
Fiore all’occhiello della mostra è il Codice del Volo, diciotto fogli sul volo, con studi di meccanica e architettura. Arrivato dalla Biblioteca Reale di Torino, fu compilato dall’artista cinquecento anni fa, proprio nel 1505. Sarà esposto sino al 23 ottobre e diventerà l’immagine simbolo delle Olimpiadi torinesi del 2006.
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