Made in Italy, 400 piccoli imprenditori in rivolta

Erano pochi, ora sono tanti. E sempre più arrabbiati. I piccoli e medi imprenditori hanno deciso di far sentire la propria voce, dando forza a un’iniziativa che lo scorso luglio sembrava marginale e limitata al settore tessile, ma che in nemmeno cinque mesi si è trasformata in un movimento ampio, che ora coinvolge altre realtà produttive italiane.
«Siamo già quattrocento», rivela al Giornale Roberto Belloli, titolare della tessitura Aspesi, di Busto Arsizio.
Fu lui a lanciare la proposta di una legge che proteggesse quello che definisce «il vero Made in Italy», ovvero le imprese che producono tutto o quasi nel nostro Paese.
L’idea piacque alla Lega e al Popolo della libertà. L’onorevole Marco Reguzzoni la trasformò in un progetto di legge, che però da settimane si trascina nella Commissione attività produttive della Camera, frenato dalle pressioni dei grandi marchi della moda. In tempi normali un po’ di lobbing sarebbe stato sufficiente per annacquare o addirittura affossare l’iniziativa, ma non in questo 2009. Perché Belloli, come migliaia di imprenditori, soffre per una crisi che i mercati finanziari ritengono già archiviata, ma che solo ora colpisce davvero aziende e lavoratori. E non è disposto a lasciar perdere. Anzi.
Quando lo incontri ti rendi conto che non è un capo popolo, ma semplicemente un industriale esasperato, che si batte per salvaguardare la propria azienda e il tessuto industriale italiano. A luglio era sostenuto da poche decine di imprenditori del suo settore, assieme ai quali diede vita a un gruppo battezzato i contadini del tessile. «Ora continuiamo a ricevere nuove adesioni e il movimento si è allargato alle imprese del meccanico e dell’alimentare. La mia non è più una battaglia settoriale», spiega Belloli che ha 48 anni portati bene, magro ed elegantissimo. Ed è deciso ad andare avanti. «Ci sentiranno, eccome se ci sentiranno», promette.
Il movimento debutterà in pubblico «entro la prima metà di dicembre riunendo gli imprenditori in un grande convegno a Milano o a Varese». Poi seguiranno altre iniziative, addirittura in Parlamento: «Quando il testo approderà in aula, anche noi andremo a Montecitorio e assisteremo ai lavori fino alla votazione. Vogliamo vigilare per essere certi che la nostra volontà non venga tradita».
La protesta sta trasformandosi in una rivolta, che parte dal basso e che certo non piacerà ai vertici di Confindustria. «Io capisco la difficoltà di rappresentare tutte la anime del mondo industriale italiano - continua Belloli - ma noi piccoli e medi imprenditori siamo in una situazione difficilissima, per molti addirittura di vita e di morte, e non ci sentiamo più tutelati».
Il suo discorso è molto chiaro. «Oggi bisogna distinguere chi produce davvero in Italia e chi invece, pur avendo un marchio italiano, confeziona tutto o quasi all’estero. Noi chiediamo che solo i primi possano esibire il marchio Made in Italy, ma le grandi griffes della moda, che hanno dislocato le fabbriche in Cina o in Vietnam, non ci sentono e infatti stanno ostacolando la legge con una lobbing pressante sia sul mondo politico che sulle associazioni degli industriali. Gli interessi ormai sono divergenti. Mi chiedo: Confindustria difende noi o loro? E siccome non esce dal limbo, abbiamo deciso di agire da soli».
Belloli non parla di strappi, né di dimissioni, ma invoca un approccio realistico. «Stiamo uccidendo la nostra ricchezza in nome di una globalizzazione che non ci ha portato alcun vantaggio e che sta favorendo solo l’Estremo Oriente», spiega. Cita l’esempio del marchio Burberry. «Ognuno di noi pensa che sia inglese. E invece è di proprietà cinese e naturalmente produce tutto in Cina». E così descrive un paradosso che riguarda tutto il mondo della moda, anche quella italiana. Nei negozi vengono messi in vendita capi, ad esempio jeans di lusso, a 120 euro. «Il costo reale di produzione è otto», precisa. E se fosse stato fabbricato in Italia?, gli chiedo. «Circa 12 euro e peraltro di qualità superiore». La differenza non è abissale, eppure la delocalizzazione continua.
«Per anni ci hanno detto che la globalizzazione portava benefici ai consumatori, ma io vedo solo svantaggi: i prezzi al dettaglio continuano a essere alti, mentre molte aziende italiane sono state costrette a chiudere, in nome di un processo che arricchisce solo le grandi multinazionali, che aumentano all’estremo i margini strozzando i fornitori, e i top manager che incassano bonus sempre più ricchi. Ci stanno spolpando: la qualità dei prodotti non migliora, anzi spesso peggiora, la vita resta cara, ma intanto perdiamo posti di lavoro. Andando avanti di questo passo cosa rimarrà del nostro Paese?».
Belloli dice basta a quello che definisce «un mondo fasullo», che premia i grandi gruppi scaricando i costi sulla collettività. Già, ma il suo movimento che cosa chiede al governo? Incentivi pubblici? O forse barriere doganali? Belloli scuote la testa. «Noi non siamo statalisti e continuiamo a credere fermamente nel libero mercato. Ben venga la concorrenza straniera, ma senza truccare. Noi chiediamo semplicemente correttezza ed equità, dunque una legge che tuteli chi crede davvero in questo Paese e che qui paga le tasse. La nostra richiesta è davvero così scandalosa?».
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