Il «made in Italy» di fatica e umiltà

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

Eccolo il vero made in Italy. Bastava salire ieri a Pragelato, infilando la nebbia e aspettando la neve, in quel budello di asfalto che è la val Chisone, gola troppo strozzata per ospitare una gara olimpica, approdo però felice per i nostri progetti di allegria. Il made in Italy, dunque, vero, illustre, porta la firma di Valbusa, Di Centa, Piller Cottrer, Zorzi, quattro ragazzi con il tricolore e i canti un po’ pallonari ma anche con quelle lacrime di papà Bubu dedicate alla figlia Alice che aveva disegnato su un foglio bianco il podio con il padre e gli altri tre amici pazzi al primo posto. Il sogno dolce della bambolina si è avverato mentre dentro la tormenta di neve il podio si avvicinava sempre di più.
Domenica di febbraio con un risveglio bellissimo dopo la notte bianca dei torinesi invece nerissima per gli austriaci. Ci pensano i quattro stambecchi, il ponte di Traverse non è più maledetto, stavolta è un sottopasso da cerimonia nuziale, mancano i petali di rosa, la marcia è trionfale, Valbusa spinge e sbuffa quando la nebbia è una bottiglia di latte; Di Centa controlla e amministra mentre il cielo rischiara, Piller Cottrer, nella neve studia, nella bufera attacca, Zorzi è lo Yeti che mette paura al resto del mondo, Zorro accelera e poi passeggia, quaranta chilometri rossiniani per il crescendo, quei quattro diventano dieci, mille, uno, venti milioni di italiani alla scoperta dell’isola del tesoro.
Testa sgombra dal becerume domenicale, occhi pieni di fotogrammi forti, le braccia che stantuffano nella neve, i muscoli di seta fasciati dalle tute aerodinamiche, sorrisi e lacrime assieme. Pragelato stavolta è il parco dei divertimenti, Disneyland per il popolo azzurro, la festa è piena, più grande di quella color di bronzo che aveva deluso, una settimana fa, lo stesso popolo nella gara pour suite, i tifosi che dopo aver sognato, sperato, visto l’oro e l’argento, di colpo, alla fine, si erano risvegliati al terzo posto.
Oro grande, anche se previsto. Oro grande perché gli sconfitti sono gli orsi del nord Europa, Davide ribatte Golia, dunque, come nell’impresa degli azzurri del curling che sabato hanno superato i canadesi, eccolo il made in Italy, ecco la fine di quel motivetto che piace tanto, italianuzzi, spaghettari, mandolinari, mammoni, tutti casa e chiesa. Eh no, c’è dell’altro, ladies and gentlemen, c’è un’Italia che sa anche soffrire e reagire, senza retorica e patriottismo a gettone, seguendo la propaganda elettorale. Zorzi che prende tra il pubblico la bandiera tricolore, la infila dietro il pettorale, zittisce la folla, ricordando lo stadio di Birkebeirm, ai Giochi di Lillehammer, Zorzi che urla «E vai!» e alza le braccia al cielo, questa è l’Italia che risponde alla chiamata. Puntuale, ai Giochi delle Olimpiadi, d’estate e di inverno, ritroviamo lo spirito delle cose normali, lo sport dimenticato per i restanti quattro anni, divorato da interessi, involgarito da un linguaggio portuale. Ciampi e Berlusconi hanno telefonato per ringraziare quei quattro bravi ragazzi. Onori e applausi da protocollo. Oggi. Poi basterà un calcio d’angolo per spazzare via la neve.
Tony Damascelli