«Il made in Italy è come il panda gigante Incredibilmente vivo»

Angelo Marani, stilista imprenditore con una consolidata storia di successi, ama l'arte contemporanea al punto da essere anche un esperto collezionista di Mimmo Rotella. Proprio per il grande artista calabrese, celebre per i suoi «decollages», Marani sponsorizza a Correggio una mostra con vernice il 31 marzo prossimo. Il pragmatismo di questo stilista fa sì che talvolta molte sue qualità non vengano alla luce. Così forzando un po' la mano sul suo riserbo apprendiamo che il suo braccio destro è trino. Le figlie Giulia (direzione creativa delle collezioni Marani.G e Art'è Marani) e la sorella Martina che con la mamma Anita Lina condivide la responsabilità commerciale. «Sono orgoglio delle mie figlie: brave e preparate, mi aiutano, rispettano il prossimo e sostengono mia moglie, una donna straordinaria» dice Marani che alla vigilia di Milano Moda Donna - la sua sfilata è la prima in calendario oggi - dipinge un interessante affresco del fashion system.
Iniziano le sfilate: cosa vorrebbero gli imprenditori?
«Che governo e ministri che si occupano di economia e d'industria fossero in prima fila a rendere omaggio alla moda, una delle più grandi eccellenze del made in Italy».
Non è troppo facile prendersela con il governo?
«In questo momento tutti lo fanno, ma sono consapevole del fatto che è come prendersela con il termometro quando si ha la febbre: la crisi mondiale non è un'invenzione. Ciò nonostante bisogna fare di più perché la moda italiana, con la sua superiorità creativa e produttiva, abbia più risalto all'estero. Si parla tanto di cucina, di vini, di altri settori ma poco di moda, dello straordinario talento di designer e industriali che tengono alto il nome dell'Italia nel mondo. Sono orgoglioso di essere italiano».
Lei ha attraversato la crisi senza problemi…
«Noi della moda abbiamo penato meno perché le crisi nel nostro settore sono cicliche. Siamo abituati a soffrire e ci siamo salvati: siamo straordinari come il Panda gigante. Sono ottimista perché le mie vendite stanno registrando un forte aumento e sono convinto di poter tornare entro la fine dell'anno a valori di fatturato pre-crisi».
Perché lei ha ottenuto questi risultati e altri no?
«Non ho il coniglio nella tuba: ho solo il lavoro che, come diceva mio padre, è ricchezza. Aggiungo anche che ci vuole talento per fronteggiare un mercato con prodotti non fasulli come quelli fatti in Cina. Certo mi fa piacere che alcune realtà guadagnino tanto delocalizzando in altre aree, ma quando i consumatori si sveglieranno arriveranno i momenti bui. Produrre in quei Paesi e vendere con l'etichetta made in Italy sono una truffa commerciale. Ecco perché tengo da conto le mie operaie a Correggio».
Si sente più stilista o più imprenditore?
«Non sono uno stilista afflitto da manie intellettuali e non sono a capo di un bureau di design con cinque ragazzi. Ho 90 dipendenti, un parco macchine con pezzi che ho reperito in tutto il mondo e una partecipazione in un pantalonificio. Produco tutto all'interno per garantire l'alta qualità».
Cosa pensa di chi si definisce un genio?
«Quelli che si atteggiano a geni senza avere intuizioni geniali, sono solo personaggi. Io da imprenditore sono concreto: mi riconosco nelle mie passioni, sono affascinato dagli anni Settanta e proseguo per la mia strada con coerenza. Amo la lirica, l'arte, l'aeronautica tant'è: ho preso il brevetto di volo con il pilota Nelson Piquet pur senza mai utilizzarlo».
Quali sono i problemi più sentiti?
«Reperire la giusta manodopera. Ogni tanto mi chiedo: cosa fa lo Stato per evitare che i giovani trovino più attraente andare a lavorare in un call center a 700 euro al mese anziché imparare un mestiere come quello della magliaia, che te ne fa portare a casa anche tremila?».
E la deregulation?
«È la cosa più stupida che sia stata fatta anche perché funziona a senso unico. Stiamo buttando alle ortiche la nostra eccellenza. Bisognerebbe misurarsi ad armi pari. Ora tutti possono fare di tutto: i cinesi lavorare in nero e perciò da fuorilegge mentre se qualcuno passa col giallo sono guai. Non c'è proporzione!».