Il made in Italy va alla conquista dell’Irak

Gli imprenditori: «Il 2006 sarà l’anno dello sviluppo»

Massimo Malpica

nostro inviato a Nassirya

Si avvia al tramonto la missione militare Antica Babilonia, e mentre i soldati italiani preparano le valigie per tornare a casa, in Irak vuole crescere la «componente civile». Il viceministro alle Attività produttive Adolfo Urso inaugura un centro espositivo per le imprese italiane che farà anche formazione per il personale iracheno. E il sottosegretario alla Farnesina Alfredo Mantica regala duecento computer all’università di Nassirya. Come dire che l’economia e lo sviluppo prendono il posto delle caserme, posto che queste ultime presto non serviranno più. Eppure l’incontro bilaterale tra imprenditori nostrani e omologhi iracheni, messo in piedi anche per sancire la svolta tra le due fasi della presenza italiana in Irak, è blindato come non mai.
Tra un anno però, come ha spiegato il ministro della Difesa Antonio Martino, qui non ci saranno né carabinieri né soldati italiani, ma solo le forze dell’ordine locali, addestrate dai nostri militari. Ci saranno invece le imprese italiane? A propendere per il sì, intanto, è la platea del convegno. Vedere una sala piena di businessmen arabi che annuiscono, dissentono, prendono appunti e, in breve, non vedono l’ora di tornare a intessere trattative, ha l’effetto opposto di quello indotto dai troppi mitra e dai tanti posti di blocco. E infatti Urso e Mantica sono unanimi nel sottolineare che «il 2006 sarà l’anno della ricostruzione e dello sviluppo» per l’Irak e per la regione di Nassirya. Se ancora non ci sono le condizioni di sicurezza perché gli operatori italiani vengano qui sul territorio, spiegano gli esponenti del governo, è tempo che le aziende italiane e quelle irachene diano vita a joint venture e partnership che permettano alle nostre imprese di lavorare in sicurezza, contribuendo inoltre allo sviluppo dell’Irak. E sfoggia sicurezza, ma soprattutto nutre speranze, anche la controparte politica della delegazione italiana.
Gli esponenti del governo iracheno che presto lascerà il posto all’esecutivo che verrà fuori dalle delicatissime trattative tra sciiti, curdi e sunniti sono arrivati da Bagdad in mattinata. Ci sono i ministri del Commercio, delle Risorse idriche e del Piano, e tutti confermano la «fame di normalità» del Paese arabo, reduce dalla lunga e buia dittatura di Saddam, piegato da due guerre e ora duramente provato da attentati e sequestri. Il governatore del Dhi Qar, poi, snocciola i dati da brivido sull’occupazione del suo distretto. A Nassirya e dintorni, ci sono centocinquantamila persone senza lavoro, per un tasso di disoccupazione che supera il 50 per cento. E così i contrasti di un Paese che per la Farnesina e per le Attività produttive resta ad alto rischio per i nostri concittadini non tolgono valore a un incontro che i protagonisti raccontano come positivo. «Lavoro in Irak da un anno, ma questa è la prima volta che ci metto piede, e ho potuto incontrare di persona il mio partner locale», spiega Giorgio Galli, della Sg di Padova, che ha in piedi un progetto per la salvaguardia e il ripristino delle paludi dell’Irak meridionale, prosciugate da Saddam come «ritorsione» contro gli sciiti, con esiti disastrosi sull’ambiente e sul clima. «Le controparti mi sono sembrate molto interessate», dice Vincenzo Sommella, volato a Nassirya a trattare per conto del consorzio Grifone e di altre imprese del settore delle infrastrutture per l’idraulica. «Ci è stata prospettata la possibilità di delocalizzare, spostando qui una parte della produzione. Chissà che non si possa fare».
Insomma, c’è incertezza sui tempi, e i lati oscuri in un Paese ancora sbandato sono molti. Ma, anche se per ora è presidiata dai nostri soldati, forse la strada per il ritorno alla stabilità è stata imboccata.