«Il made in Italy è un valore in cui credere e investire»

Bene il 2011 Entro il mese apriamo a Hong Kong

Marco Palmieri è il fondatore di Piquadro, marchio emergente della pelletteria, quotato dal 2007: un esempio di made in Italy. Che però produce anche in Cina, giusto?
«La nostra azienda è assolutamente italiana: lo sono design, materiale, laboratorio, marketing. Oltre allo stabilimento di Gaggio Montano, abbiamo una presenza produttiva in Cina: però anche lì usiamo solo pellami acquistati in Italia. Questo mix di competenze ormai è inevitabile: con un mercato così aperto essere italiani al 100% è complicato. Ma è importante la possibilità di risalire all’origine di tutti gli elementi».
Che cosa dà valore allora al vostro prodotto?
«Il vero valore è la trasparenza. Chi compra il nostro prodotto in ogni caso sa che nasce dal pensiero italiano e dalla materia italiana: poi può essere confezionato in Italia o in Cina, ovviamente con fasce di prezzo differenti e questo risulta dall’etichetta. La Cina per noi rappresenta anche un importante mercato di sbocco: lì abbiamo venti dei nostri 50 negozi all’estero. Il prossimo aprirà questo mese a Hong Kong».
Quali sono gli altri mercati?
«Oltre naturalmente all’Italia, dove abbiamo 56 negozi, vendiamo in Spagna, Germania e Russia. E intendiamo continuare ad investire sia in Italia che all’estero».
La crisi non vi ha colpiti?
«Le rispondo con i numeri: il fatturato del 2011, chiuso il 31 marzo, ha raggiunto i 61,8 milioni, con un incremento, rispetto all’anno precedente, del 18,4%. Ancora di più è cresciuto l’utile netto: 9,1 milioni, con un incremento del 27,7%. E il primo trimestre, chiuso il 30 giugno, ha mostrato una crescita delle vendite di 14 punti percentuali».
E le impressioni di settembre?
«Non sono poi così male, paragonate all’anno scorso, e anche quelle di ottobre. Tant’è vero che abbiamo appena aperto un nuovo negozio a Milano, in corso Buenos Aires, una delle principali arterie commerciali. E abbiamo buoni riscontri di vendite anche dall’ultima novità, Sartoria».
Di che cosa si tratta?
«È un progetto tipicamente made in Italy, che offre ad artigiani di grande manualità e tecnica l’occasione di lavorare su larga scala, con il supporto per logistica, comunicazione e tecnologia di una grande azienda, la nostra. Il cliente ordina, tramite iPad, il “suo“ prodotto completamente personalizzato, dal pellame alla fodera, dagli accessori metallici al filo per le cuciture, che gli verrà consegnato a casa in quaranta giorni insieme ad un certificato di autenticità, con la firma dell’artigiano che l’ha realizzato».
Un esperimento ben riuscito o un modello strategico?
«Creatività e lavoro ben fatto, questo cercano i mercati emergenti. Il made in Italy è l’unico a offrirlo, non solo a livello del singolo artigiano-artista, ma di un’intera filiera. Certo, bisogna crederci e promuoverlo».
D’accordo sui mercati emergenti: ma resta il fatto che in Italia i consumi non corrono, tutt’altro.
«Il principale problema dell’Italia è di essere attanagliata da un debito pubblico importante, che frena anche l’azione del governo. Bisogna ridurlo, anche con la patrimoniale se occorre. Un altro problema è l’evasione fiscale, che però, se venisse trasformata in entrata, da fardello diventerebbe un asset, rendendoci un Paese virtuoso. Infine, la terza urgenza: la razionalizzazione della spesa pubblica. Agire così farà ripartire non solo i consumi, ma anche il sistema: chiaro che chi deve fare i conti all’osso non solo non acquista ma neanche concorre in modo positivo alla rinascita del Paese. Senza i mecenati, non ci sarebbe stato il Rinascimento».
Qual è il suo investimento sul futuro?
«I giovani: ogni anno realizziamo un progetto con una facoltà di design e molti studenti poi hanno trovato lavoro presso di noi. E sono particolarmente orgoglioso dell’attività della Fondazione Famiglia Palmieri, con cui sosteniamo l’inserimento lavorativo, anche a livello creativo, dei giovani disabili».