Al Madison, dove il mercato si fa davanti agli ultrà

I tifosi della Duke University? Rumorosi e fastidiosi, ma ragazzini. Quelli degli Oakland Raiders della Nfl? Orridi da vedere e costantemente al limite dell'intemperanza, ma non vincono mai. Per trovare i peggiori - o quasi - fan del mondo sportivo americano bisogna invece andare ogni anno a fine giugno, in occasione del draft Nba, al Theater del Madison Square Garden. La cerimonia è aperta al pubblico, ma ci vanno solo turisti, impiegati e uomini d'affari usciti dall'ufficio, parenti e amici dei giocatori e quei fanatici che per undici mesi all'anno si preoccupano più di sapere chi rinforzerà la loro squadra che del basket giocato. Poi, ci sono loro, i borgatari di Queens, Brooklyn, Bronx, Harlem, magari quelli di Newark che ci arrivano in poco tempo con il trenino. Prezzi modici, entrano e fanno caciara perché è come se alle trattative di calciomercato all'Executive fosse presente una folla che commenta ogni mossa dei dirigenti di Inter, Milan, Juventus, beve birra e tira noccioline. E tutto questo anche perché altrimenti si annoierebbero a morte: perché in tv, tra una comparsa e l'altra sul palco del commissioner NBA David Stern ad annunciare le scelte delle squadre, si vedono filmati ed analisi tecniche. E, nonostante l'angosciante quantità di approfondimenti pre-draft, spesso elaborati in totale libertà perché ormai si può dire tutto e il contrario di tutto, sbagliare previsioni e ritratti tecnici e proseguire tranquillamente a rifare il medesimo processo per l'anno successivo, c'è una mancanza di informazione che a volte lascia di stucco. È per questo che è stata contestata la scelta dei Knicks di prendere Danilo Gallinari, più che Gallinari stesso: magari il lodigiano è migliore di tanti americani, ma è un nome non agevole da pronunciare (sempre meglio di Bargnani, però) e spuntato solo da poche settimane, mentre quelli di OJ Mayo, Michael Beasley e Derrick Rose sono oggetti di bombardamento da mesi su tutti i mezzi di comunicazione. Cose che potrebbero accadere anche in altri posti, ma che a New York hanno un sapore sarcastico speciale: del resto, non è un caso se la pernacchia viene detta, negli Usa, «Bronx cheer», insomma il saluto del Bronx.