La madre di Hina sotto torchio: «Mio marito non è un violento»

È stata interrogata per otto ore: i magistrati vogliono capire che cosa sa del delitto. Non ha ancora visto il cadavere della figlia

nostro inviato a Brescia
Raggomitolata nel suo sahari verde. Le mani che si alzano di scatto e fanno ciò che dovrebbe fare il velo: nascondere il viso di ogni «brava musulmana». Una precauzione in più, visto che Bushra Begun, 46 anni, madre di Hina, la ventenne sgozzata dal padre, Muhammad Saleem dieci giorni fa a Sarezzo, indossava già lo hijab d'ordinanza quando ieri, poco dopo le 17, ha fatto il suo ingresso in Procura a Brescia. Per rimanerci quasi otto ore, fino alle 0.45. Sapeva o no, questa madre dall’espressione enigmatica (durante l’interrogatorio ha fermato più volte l’interprete per accertarsi che traducesse correttamente il suo pensiero), che Hina, la figlia «ribelle» era stata condannata a morte dal consiglio di famiglia? Sapeva o no, quando in luglio ha fatto i bagagli ed è partita per il Pakistan con tutti gli altri figli, che Hina sarebbe stata puntualmente giustiziata durante la sua assenza? E chi è la vera Bushra Begun Saleem? È la madre premurosa che attendeva, come hanno sempre detto i vicini, la figlia sull’uscio di casa, lungo la provinciale della Val Trompia, per controllare che fosse in ordine? Che fosse islamicamente presentabile, prima che il padre la vedesse? Che adesso vuole per la figlia un funerale islamico a Gjurat? O è la madre che se l’è presa con calma prima di tornare dal Pakistan? Che non ha ancora chiesto di vedere il cadavere di sua figlia e che ai carabinieri di Villa Carcina ha detto: «Hina non si comportava da brava musulmana», giustificando con queste parole il crimine del marito? Non sono proprio domandine dallo scarso peso specifico quelle che il pm Paolo Guidi, titolare dell’inchiesta sull’agghiacciante delitto di Sarezzo, le ha rivolto ieri nell’interrogatorio-fiume. «È importante per noi - ha dichiarato il magistrato - cercare di capire la situazione familiare in cui viveva Hina per comprendere l'ambiente in cui è maturato il delitto».
E che l'interrogatorio della signora Saleem sia stato qualcosa di più di «un atto dovuto», come lo definiscono i magistrati nello sterile linguaggio giuridico è facile intuirlo, se non altro per l'attesa che l'ha preceduto. L’attesa di giornalisti, fotografi e cameramen che, dopo l’estenuante bivacco, non si fanno dribblare dalla sgommata dell’Ulisse (Bushra seduta sul sedile posteriore,accanto a lei un’altra donna pakistana, con un bimbo in braccio), che varca a tutta velocità il carraio della Procura. L’attesa vana, almeno per ora, dell’avvocato Alberto Bordone, legale di suo marito, il reo confesso Muhammad, che ieri tramite i giornalisti che stazionavano in via Moretto davanti al Palazzo di giustizia ha lanciato un appello a Bushra Begun: «Muhammad Saleem vuole incontare la moglie, deve parlarle. Mi auguro che la madre di Hina mi contatti. Contro di lei non è stata mossa alcuna accusa - ha sottolineato l’avvocato - è una persona libera. Ma mi sarebbe molto utile per organizzare meglio la difesa del marito poterle parlare. Spero che si faccia viva al più presto». Dunque ha qualcosa da dire alla moglie, Muhammad Saleem, in cella a Canton Mombello come lo zio di Hina, con la pesante accusa di omicidio premeditato. Chissà, forse l’uomo, che ha voluto punire per la sua «condotta disonorevole» con un coltellaccio di cucina, facendosi dar manforte dagli altri maschi adulti del clan, la figlia che aveva scelto di vivere all’occidentale, di infischiarsene del matrimonio combinato in terra natia con un cugino, e di fidanzarsi addirittura con un italiano, il carpentiere bresciano Bebbe Tempini, vorrà ringraziare Bushra per averlo descritto ai carabinieri come un «padre rigoroso ma non certo violento».