La madre di Matilda: «È un complotto» Ma il gip la tiene in cella

La bimba di 22 mesi è morta a causa di un violento trauma

Nadia Muratore

da Vercelli

Nove ore. Sono servite nove lunghissime ore a Emilia Antenore, il giudice per le indagini preliminari della procura di Vercelli per confermare il fermo di Elena Romani, l'hostess trentunenne di Legnano accusata di aver ucciso la figlia Matilda di 22 mesi, in uno scatto d'ira.
La bimba stava male, aveva sporcato le lenzuola e lei per rabbia, secondo l’accusa, l'avrebbe colpita con un calcio. Il trauma ha provocato lo spappolamento di reni e fegato e una forte emorragia interna.
Ieri mattina, dopo un'ora di interrogatorio il gip ha chiesto un rinvio. Verso le 18.30 ha preso la sua decisione. Confrontando le dichiarazioni dell’accusata, vagliando le sue giustificazioni: come quella del complotto volto - a dire della hostess - a scagionare i dipendenti del 118 arrivati secondo lei in ritardo. O l’ipotesi, avanzata dalla stessa Romani, di un fantomatico assassino entrato di nascosto in casa. «Sono uscita a stendere le lenzuola - ha ribadito la donna -, cinque-dieci minuti: quando sono rientrata Matilda non respirava più». Il magistrato Antenore è la quarta donna che deve giudicare Elena Romani. Dopo le tre giovanissime pubblico ministero (Antonella Barbera, Muriel Ferrari, Raffaella Filoni) che, basandosi sulle prove acquisite fino ad oggi l'hanno considerata colpevole di aver ucciso con un calcio la piccola Matilda da ieri anche lei ha sposato l'impianto accusatorio degli inquirenti confermando il fermo della hostess. La giovane mamma di Legnano, che da quando aveva avuto la bimba non si era più recata al lavoro per poterla accudire meglio, dopo una snervante attesa presso la casa penitenziaria, quando ha saputo dai suoi legali che sarebbe rimasta in carcere, è scoppiata in lacrime. Delusa, stanca, senza più parole per ribadire la sua innocenza. «Come indagata - spiegano gli avvocati - è serena, ma come madre è molto turbata».
Gli avvocati Roberto Scheda e Tiberio Massironi avevano chiesto per la loro assistita gli arresti domiciliari presso la casa dei genitori, a Senago, in provincia di Milano. Fin dall'inizio però l'accusa si è opposta, chiedendo il prolungamento della carcerazione per il pericolo di fuga. C'è invece l'accordo tra le due parti per quanto riguarda la richiesta al gip dell'incidente probatorio sulla perizia del medico legale e sulla perizia psichiatrica. Del resto fin dall'inizio i legali di Elena Romani non avevano nascosto che la loro sarà una battaglia fatta di perizie e contro perizie. «Questo - spiega Scheda - è un caso ancora tutto aperto, tutto da verificare. Ci sono tanti lati oscuri che devono essere chiariti. Per questo secondo noi il fermo non è legittimo». Respinte dalla difesa anche le intercettazioni telefoniche fatte dagli inquirenti, in cui la donna avrebbe detto «Figlia mia, che cosa ti ho fatto?». «Si tratta di frasi incomplete», hanno voluto ribadire gli avvocati.
Tre gli incidenti probatori richiesti dalla difesa: una nuova perizia medico-legale per accertare la cause che hanno portato al decesso di Matilda; un'analisi per stabilire la compatibilità del presunto corpo contundente con l'ecchimosi riscontrata dai medici sulla schiena della piccola e infine una perizia psichiatrica per accertare se la donna possa essere affetta da disturbi della personalità.