La madre: «Sono orgogliosa di mio figlio»

Il capitano ucciso lascia il figlio Niccolò di due mesi

Simone Innocenti

da Livorno

«Come faremo a tornare a Pisa sapendo che nella nostra casa non ci sarà più Nicola?». È una frase che racchiude tutto il dolore di Giovanna Netta Ciardelli, moglie del capitano della Folgore ucciso nell'attentato in Irak. Dice la donna, che si trova ad Avellino nella casa dei suoi genitori: «Una sola volta avevo detto a mio marito di non partire. Poi però ho capito quanto fosse importante per lui e non l'ho più fatto». La donna, vedova a 32 anni, piange e stringe a sé il figlio Niccolò avuto appena due mesi fa da Nicola. Nella casa di Avellino c’è stato un incontro pieno di commozione, quello fra Giovanna e Stefano Ciardelli, padre di Nicola. L’uomo ha cercato, lui provato dal dolore, di dare forza alla nuora. «Dobbiamo farci forza» ha detto abbracciandola per poi tornare in Toscana a consolare un’altra donna distrutta, sua moglie, la madre di Nicola.
È una famiglia fiera e dignitosa, quella che accoglie i cronisti nell'elegante casa di Pisa, dove era cresciuto Nicola. La madre dell'ufficiale della Folgore, Antonella Tornar, ha le lacrime agli occhi quando si lascia scappare questa dichiarazione: «Sono orgogliosa di mio figlio e spero che il suo sacrificio sia servito a qualcosa». Poi la donna esce di casa, scortata dai due parà della Folgore, e va a trovare l'altra figlia, Francesca, che ha appena partorito.
L'abitazione dei genitori di Ciardelli è un andirivieni. La sorella di Nicola, l'avvocato penalista Federica, sfoglia l'album delle foto e spiega: «Era un ragazzo dai grandi ideali, che credeva realmente di poter migliorare la situazione in Irak. Sperava di creare una nuova vita e ci diceva sempre che i bambini iracheni si meritavano un futuro migliore». Una famiglia unita. Dice la sorella Federica: «Ci sentivamo spesso e ci scrivevamo grazie a Internet. Lui voleva che le feste le passassimo sempre assieme, uniti in famiglia. Così per Pasqua gli abbiamo mandato un messaggio e lui ci ha risposto che era davvero commosso, che lo avevamo fatto piangere».
Il dolore per la perdita del capitano trova eco nella città della Torre. Il sindaco di Pisa, Fontanelli, per oggi ha indetto lutto cittadino e tutti gli uffici pubblici stamani osserveranno 5 minuti di silenzio. Tutte le bandiere saranno a mezz'asta.
E da ieri anche la bandiera italiana nella caserma livornese della Folgore è a mezz'asta. Tutti i parà della Folgore - compresi quelli che rientrano dai campi di addestramento - sanno che è accaduto qualcosa di terribile. «Il capitano Ciardelli era un ufficiale di primissimo piano», sussurra il tenente colonnello Fabio Mattiassi, portavoce della Folgore.
«Siamo là a portare la pace e quelli ci ammazzano, come cani», sbotta un ufficiale anziano che chiede di restare anonimo. Ma le parole di tristezza e rimpianto sono il vero coro di questa giornata: dalla «buvette» per gli ufficiali, fino alla mensa militare, dove ieri c'erano i parà. Parà con il corpo a Livorno e la mente in Irak. Sono pochi, qualche decina, quelli che si trovano a Nassirya, ma idealmente sono tutti là, in quel fazzoletto bruciato dove hanno perso la vita il capitano Ciardella e due carabinieri.
Chi conosceva il capitano Ciardelli è un commilitone di 32 anni, anche lui capitano. Si chiama Carmine Vizzuso ed è originario della Basilicata. Sposato e padre di due bambini, il capitano Vizzuso ha il difficile compito di ricordare nel migliore dei modi l'amico. E proprio per questo le sue parole sembrano distillate da una consapevolezza quasi sofferente. «Nel nostro lavoro parlare dell'uomo significa parlare del soldato - premette il capitano Ciardelli, fisico possente e stretta di mano forte e sincera -. Con Nicola ci siamo conosciuti nel 1995 e abbiamo frequentato assieme la scuola a Torino. Per me è stato un riferimento prima, in Piemonte, e poi qua in Toscana, dato che aveva iniziato due anni prima di me». Spiega il capitano Vizzuso: «Mi ha dato consigli preziosi, abbiamo condiviso giornate felici e anche momenti difficili, come capita a chi affronta un lavoro come il nostro. Un lavoro al quale devi prima di tutto credere. Perché prima di tutto siamo uomini, abbiamo famiglie e siamo consapevoli che veniamo preparati in modo adeguato per un lavoro difficile».