La madre di tutte le icone

Rino Cammilleri

L’1 settembre 2006 per la prima volta un papa si è recato in visita al santuario cappuccino di Manoppello, in Abruzzo, dove è custodito un «Volto Santo» di Cristo che, secondo la tradizione, sarebbe il leggendario Velo della Veronica. Com’è noto, durante la Via Dolorosa una donna asciugò pietosamente il viso di Cristo. I vangeli canonici tacciono al riguardo; chi ne parla sono certi apocrifi Atti di Pilato. Anche il nome della donna, Veronica, pare sia un misto popolare di latino e greco: «vera icona», attribuito in epoca tarda. Secondo alcune rivelazioni private, però, il suo nome era Nike (dea greca della vittoria), e a orecchio sembra più probabile. Una certa tradizione narra che la Veronica portò il velo (su cui era rimasto miracolosamente impresso il viso di Cristo) a Roma, dove con esso guarì dalla peste l’imperatore Tiberio. Un’altra tradizione fa coincidere la Veronica con l’emorroissa evangelica, colei che guarì dalle perdite di sangue toccando il mantello di Gesù. Ella avrebbe in seguito sposato il pubblicano Zaccheo e con lui si sarebbe rifugiata nella Gallia meridionale per sfuggire alle persecuzioni dei giudei. Secondo Eusebio di Cesarea questa donna avrebbe fatto costruire davanti alla sua casa un gruppo scultoreo che ricordava il miracolo di cui era stata oggetto; ai piedi delle statue, poi scomparse, cresceva un’erba provvista di doti taumaturgiche. Sia come sia, il famoso velo deve essere rimasto a Roma, visto che costituì a lungo una delle meraviglie della Cristianità. Sappiamo che venne esposto alla venerazione dei pellegrini nel corso del primo giubileo, quello del 1300 cui partecipò anche Dante (il quale accenna al Velo della Veronica nel Canto XXXI del Paradiso). Pare sia stato trafugato durante il Sacco di Roma del 1523 a opera dei lanzichenecchi luterani. Si dice che, in quell’occasione, sia stato venduto in una taverna e che da allora sia scomparso. Un’altra versione lo vuole ancora a Roma nel 1600, visibile nel giubileo di quell’anno. Questa versione appare suffragata da riscontri documentali, perché nel 1608, sotto Paolo V, la basilica di san Pietro subì una ristrutturazione e la cappella in cui stava il Velo venne demolita. Può darsi che sia sparito in quel frangente. Nel 1616 il papa decretò che le copie di quel Velo potevano essere eseguite solo da un canonico di San Pietro. Il successore, Urbano VIII, vietò definitivamente la pratica e fece distruggere tutte le copie esistenti. Nel 1618 l'inventario degli oggetti della basilica di San Pietro riportava anche il reliquiario in cui era contenuto il Velo, registrando che il cristallo era rotto. E il gesuita Heinrich Pfeiffer, docente di Iconologia e Storia dell’Arte Cristiana alla Gregoriana, intervistato dall’agenzia Zenit fa notare che sul margine inferiore del Velo di Manoppello si può ancora vedere un frammento di cristallo. Come finì il Velo a Manoppello? Proprio in quel famoso 1608 una certa Marzia Leonelli, bisognosa di denaro per trarre il marito dal carcere, vendette quel Velo, pervenutole in dote, a tal Donato de Fabritiis, il quale trent’anni dopo lo donò ai frati cappuccini di Manoppello. Questi, tagliato il contorno, lo incorniciarono tra due lastre di vetro. Infatti, l'immagine si comporta come una diapositiva, essendo visibile da entrambi i lati. È un rettangolo di lino di diciassette centimetri per ventiquattro ed ha la straordinaria caratteristica di acquistare colore man mano che ci si avvicina. E i colori sono quelli del sangue. Recenti esami (1997) agli ultravioletti hanno evidenziato che non si tratta di un dipinto né di un intreccio di fili di diverso colore. È un’immagine «acheropita», cioè non fatta da mano umana, e appare o scompare a seconda della provenienza della luce. Di più: il volto della Sindone di Torino e quello di Manoppello sono perfettamente sovrapponibili; l’unica differenza è che nella prima occhi e bocca sono chiusi. Si tenga presente che praticamente tutte le raffigurazioni di Cristo in duemila anni sono unanimi nel rappresentare capelli lunghi divisi nel mezzo e barba «alla nazarena», quantunque nei vangeli non compaiano descrizioni dell’aspetto fisico di Gesù. Il padre Pfeiffer, confrontando le opere d’arte precedenti al divieto di Paolo V, ha registrato parecchi dettagli che riconducono al Velo di Manoppello (a volte addirittura le pieghe del lino), che non a caso è sempre stato considerato la «madre di tutte le icone».