Maestri e imprenditori La musica classica in mano a pochi eletti

Sono i potenti della terra. Della terra musicale. Hanno nomi che equivalgono a veri e propri marchi, noti ovunque e a chiunque. Sorta di griffe cui si lega il destino di centinaia di musicisti. Perché sono artisti supersonici ma anche abili imprenditori capaci di vivere l’arte con una mentalità d’impresa al punto d’aver costruito un vero e proprio sistema. Perlopiù sono direttori d’orchestra, professione che già in partenza richiede il piglio del leader. E poi, è cosa naturale, alla direzione d’orchestra spesso si accompagna la gestione artistica di un teatro: attorno al quale ruotano molteplici interessi. Parliamo di direzione musicale, salvo il caso di una forza della natura come il russo Valery Gergiev. Che riesce a far miracoli sul podio (quando trova il tempo di provare) e allo stesso tempo è despota assoluto e illuminato del teatro Mariinskij di cui amministra idee artistiche ma anche il denaro, tutto passa dal suo ufficio dove siede nella veste di direttore artistico, musicale e sovrintendente. Per inciso, il Mariinskij di San Pietroburgo conta 2000 dipendenti e 600 presenze in palcoscenico: proprio e altrui, nel senso che uno spettacolo o concerto su tre è prodotto all’estero. Il Mariinskij pare una multinazionale della musica, con filiali fra Europa e Medioriente. Aldilà dei frequenti tour della compagnia, ci sono presenze continuative in cartelloni di Festival diretti da Gergiev in persona. Come il Baltic Sea Festival di Stoccolma, il Rotterdam Philharmonic Gergiev Festival, in Olanda, o il Red Sea Classical Music Festival a Eilat Port, Israele. Piazze raggiungibili in tre ore d’aereo e dunque appetibili per esportare i prodotti di San Pietroburgo. Questo direttore-imprenditore è poi l’artefice della carriera di decine di cantanti come quella di Anna Netrebko, il soprano del momento.
Altro magnate della musica è l’italiano Claudio Abbado che ha saputo creare una struttura piramidale geniale, unica nel suo genere. Lui sta al vertice ovviamente. Alla base, vi sono le orchestre che ha fondato, tra cui la Mahler e la Mozart, o comunque sostenuto, vedi l’Orchestra venezuelana Simon Bolivar. In mezzo, troviamo giovani direttori d’orchestra di scuola abbadiana che spesso si formano proprio dirigendo queste orchestre, il caso di Daniel Harding, Gustavo Dudamel o Diego Matheuz: ospiti regolari di un teatro come la Scala. Addirittura Dudamel, per un certo periodo, fu tra i candidati favoriti alla direzione musicale della Scala, poi evidentemente si tenne conto del numero esiguo (e la qualità interpretativa) delle opere nel suo repertorio, si diffusero anche da noi le critiche acide di alcune sue performance americane, dunque fumata nera. In compenso, il giovane Matheuz, come Dudamel anche lui venezuelano, ora è direttore musicale alla Fenice di Venezia.
Il podio per eccellenza italiano, anche a livello di visibilità internazionale, è quello della Scala e dal primo dicembre sarà occupato stabilmente da Daniel Barenboim che si muoverà dunque lungo l’asse Milano-Berlino. Nella capitale tedesca dirige la Staatsoper unter den Linden, teatro alla tedesca, con un sistema particolare di maestri collaboratori. I migliori si fanno le ossa e poi spiccano il volo altrove, i medi nei teatri tedeschi di buon livello, gli eccellenti nel mondo. Anche un italiano, Michele Rovetta, orbita nella galassia Barenboim, assunto nel 2003 come assistente musicale e maestro sostituto alla Staatsoper. È svizzero Philippe Jordan, a lungo assistente di Barenboim, ora direttore stabile all’Opera di Parigi. Altro direttore del sistema-Barenboim è il talentuoso Omer Meir Wellber, cresciuto all’Opera di Israele, assistente di Barenboim a Berlino e alla Scala (dove torna nel 2012 per Aida), ed ora stabile a Valencia. Karl-Heinz Steffens ha diretto delle repliche alla Staatsoper di Berlino, e sarà lui a dirigere le repliche di gennaio del Don Giovanni scaligero, già, quello della prima di Sant’Ambrogio, titolo non proprio di secondo ordine.
Altro tycoon della musica classica è Placido Domingo, uomo in cui convivono plurime identità professionali: tenorissimo, ora fa pure il baritono, dg dei teatri d’opera di Los Angeles e Washington, poi di un concorso - Operalia - che lancia giovani cantanti. Così capita che nel teatro appena inaugurato nel Golfo (Oman), per la serata clou lui abbia diretto, cantato, e invitato artisti selezionati da Operalia. Ci ha spiegato che il progetto di partenza era quello andare in Oman con i complessi di Washington, ma considerato che il Sultano voleva espressamente un allestimento del nostro Zeffirelli, la scelta è caduta su una Turandot zeffirelliana prodotta con l'Arena di Verona, e lui l’ha diretta.
Poi ci sono i grandi artisti senza aspirazioni imprenditoriali, sciolti da sistemi, piramidi e assi strategiche. Direttori come Fabio Luisi, bella carriera in Germania e Austria, ed ora stabile nel teatro numero uno degli Usa, il Met di New York. Riccardo Muti dirige la Ferrari delle orchestre americane, la Chicago, è stato vent’anni alla Scala e una vita al Festival dei Festival, cioè quello di Salisburgo, ma è concentrato sulla partitura e non manifesta interessi - diciamo - d’impresa. Anche Simon Rattle se ne sta tranquillo alla direzione dei Berliner Philharmoniker lo stesso vale per Riccardo Chailly, a Lipsia. Scelte di vita.