Maestri in lutto, poveri bambini

Cosa non si fa per la visibilità. È stato annunciato che in alcune città i bambini delle elementari troveranno domani, primo giorno di scuola in molte regioni, maestri e maestre con il lutto al braccio e aule addobbate con paramenti funerari. In questo modo gli educatori dell’italica infanzia esprimeranno la loro avversità alle riforme decise o avviate dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Non nego, sia chiaro, che gli insegnanti, artefici e vittime insieme della bancarotta scolastica, abbiano solidi motivi di lagnanza. Forse un tantino meno solidi di quelli di molti operai che, essendo la loro azienda fallita come è fallita la scuola italiana, si trovano senza lavoro e senza stipendio.
Non voglio cedere al giuoco troppo facile delle comparazioni. Mi limito a dire che il lutto al braccio - per la scuola ma per tante altre istituzioni pubbliche, a cominciare dalla giustizia - lo dovrebbero mettere i cittadini italiani. I quali sono invece rintronati dai gridi di dolore che l’armata burocratica - nella quale il personale dell’istruzione è dominante - leva al cielo. Capisco benissimo - ripeto - il disagio di chi opera nella macchina pubblica e quotidianamente constata le disfunzioni cui è soggetta. Ma le denunce degli addetti ai lavori riguardano quasi esclusivamente i malumori degli addetti stessi, e solo in minima parte le insoddisfazioni degli utenti.

A me sembra che le idee della Gelmini siano buone, e questo conta zero. Conta invece che sembrino buone - lo attestano i sondaggi - alla maggioranza degli italiani: convinti, con il buon senso della gente comune, che le riforme del duplice o triplice o quadruplice maestro, sbandierate come straordinarie conquiste pedagogiche, fossero soltanto espedienti per moltiplicare i posti: e quindi consolidare il non lodevole primato dell’Italia nell’avere più insegnanti - in rapporto agli alunni - d’ogni altro importante Paese d’Europa. L’avere tanti insegnanti, ribatte qualcuno, è una bella cosa. Bella o brutta è terribilmente costosa e impedisce di pagare adeguatamente chi lo meriterebbe. A meno che si voglia tessere l’elogio del precettore unico che usava nelle casate principesche.

Sì, tanti cittadini vorrebbero mettere il lutto al braccio ma non lo fanno per amor di Patria. Invece questa ostentazione di sfiducia nel futuro, di diffidenza verso le istituzioni, di pessimismo egoistico, viene da chi dovrebbe ispirare valori civici ai piccoli.


Allarmati invece da simboli di morte, dall’inquietante annuncio di chi sa quale imminente catastrofe. Per il modo e per i luoghi in cui avverrà, se davvero come temo avverrà, la sceneggiata magistrale non potrà lasciare che amarezza e nostalgia: per ciò che la scuola fu e che non è più.
Mario Cervi