Il maestro dell’assurdo diventa buffo

Igor Principe

Quando presentò la Trilogia Beckett-Ionesco-Bernhard (in corso al teatro Franco Parenti), Paolo Graziosi affermò senza indugi di volersene assumere ogni responsabilità. «Sono stato diretto da grandi registi: Ronconi, Stein, Zeffirelli, il grande Carlo Cecchi. Nella Trilogia voglio risponderne soltanto io».
Un modo per misurarsi in una prova che, per ora, sembra dare buoni frutti. Primo amore (Beckett), che è stato in scena a ottobre, ha confermato la portata del consenso riscosso già anni prima, sempre al Franco Parenti. Ora tocca a La lezione, a firma Ionesco (fino al 13 novembre). Anche in questo caso si tratta di un ritorno, sia sulla piazza milanese sia per il pubblico di quello che fu il salone Pier Lombardo. E c'è da star sicuri che Graziosi supererà anche il secondo ostacolo di questa sua prova con se stesso, in attesa di confrontarsi con il terzo passaggio: Il teatrante (Thomas Bernhard, dal 15 novembre), debutto assoluto per Milano.
Sul successo della Lezione - malgrado gli opportuni scongiuri invocati dalla scaramanzia - c'è la garanzia della squadra di attori, gli stessi visti all'opera nell’aprile 2004. Graziosi nei panni del professore, Rino Marino in quelli della governante e Elisabetta Arosio in quelli dell'allieva.
«Panni decisamente divertenti - spiega l'attrice -. Paolo (Graziosi, ndr) mi ha lasciata libera di inventare il personaggio, di tirarne fuori tutto il lato infantile e immaturo. Attenzione, però: lei è un'allieva piena di vitalità, non è succube dell'irruente volontà del suo professore. Anzi, l'incipit è segnato da uno scambio di battute estremamente vitale».
Il regista ha costruito questa pièce - e l'intera Trilogia - rifuggendo ogni tentazione didascalica. Di rimando, la libertà di cui ha detto Arosio si è tradotta nell'osservazione di tic e manie delle ventenni di oggi, portate sul palco una volta filtrate dal lavoro dell'attore. «Mastico un chewing-gum, mi torturo i capelli arricciandoli come ho visto fare a una cara amica. Ma parto molto anche da me stessa. Non ho voluto rifare la quindicenne di oggi, perché ho quarant'anni e quel modello non mi appartiene. Invece ho guardato molto dentro me stessa, tirandone fuori quei lati di cui ho detto ed esasperandoli». Il maestro, dapprima timido poi capace di crudeltà impensabili, l'allieva e la governante danno vita a un ménage che esce dai canoni del teatro dell'assurdo per diventare una farsa dai meccanismi perfettamente oliati. A impreziosirli, le apparizioni di un'improbabile governante, che interviene sulla dinamica dell'azione come un contrappunto su una partitura musicale. «La macchina è perfetta, i tempi comici sono incredibili - dice Arosio -. Professore e allieva all'inizio sono completamente distanti, poi comincia un combattimento, montato dall'abissale ignoranza di lei, che scatena l'aggressività del docente». L'assurdo immaginato da Ionesco si traduce in opera buffa. L'allieva, che di aritmetica non concepisce che le addizioni, crolla sotto l'incalzare del professore fino a perdere l'uso degli arti e della parola, come un computer in tilt. «Da quando ha debuttato, tre anni fa a Todi, ogni volta per me è divertimento puro - conclude la protagonista -. È ciò che volevamo ottenere. Per questo la regia ha curato ogni minimo particolare. Per esempio, tutti gli oggetti sono veri, diversamente dalle prescrizioni di Ionesco. Tutto è stato fatto dare la massima concretezza possibile all'azione, e di conseguenza per esaltare i meccanismi della pochade».